A voce alta: Canzone di Allen Ginsberg

Allen Ginsberg trasformò l’intera sua vita in un’opera d’arte. A iniziare da quella prima raccolta, Urlo e altre poesie (1957), che fu tellurica e rivoluzionaria, facendolo affermare come una delle voci più potenti della beat generation. Nel 1965 Fernanda Pivano lo fece pubblicare in Italia, con la raccolta Jukebox all’idrogeno (titolo suggerito da lui stesso), dove erano contenute le prime due raccolte: “Urlo e altre poesie” e Kaddish e altre poesie (1961). Oggi, #avocealta, la sua Canzone.

A voce alta: Ho chiaramente visto di Jack Kerouac

Fondatore e anima narrante della beat generation, soprattutto col suo romanzo-manifesto On the road (1957), Jack Kerouac fu anche potente poeta, rompendo le classiche forme e metriche, i temi e le prospettive. Oggi, #avocealta, leggo una sua poesia, Ho chiaramente visto, contenuta nell’antologia Poesia degli ultimi americani, edita nel 1964 e curata da Fernanda Pivano: fu un’uscita impattante nel panorama culturale italiano, perché per la prima volta si ebbe uno sguardo profondo sulle questioni sollevate dalla beat generation.

A voce alta: Il bacio di Anne Sexton

Tellurica scrittrice e attivista, Anne Sexton è stata una delle voci poetiche più importanti del Novecento statunitense. Ha utilizzato la potenza della parola poetica come pietra di scandalo, come strumento di indagine e di ribellione, anche quando poetò d’amore. Oggi, #avocealta, la sua Il bacio.

Le rivolte necessarie

Chi si indigna per le rivolte degli Stati Uniti, dicendo che così-passano-dalla-ragione-al-torto è uguale a chi si indigna per i Pride, perché son-baracconate-e-infastidiscono-i-benpensanti; chi fa questo è untore infettante di una morale borghese che ignora le cause, i motivi profondi, le ragioni ataviche, e discetta con pasticcini e tè inglese sul divano della sua casa con terrazza, giardino e amaca, un po’ alla Desperate Housewives: l’importante è che la presunta immoralità stia ben nascosta negli scantinati o sotto il tappetto. Perché il sistema, in definitiva, ci va bene così: il cambio ci terrorizza e ci inquieta. Meglio, allora, condannare la ”brutalità” inevitabile di chi si vede ogni giorno discriminare e violare in ogni basilare diritto umano, sociale e civile.

Ecco la prima carta che introduce il rispetto dei diritti umani, promulgata nel 1222. In Europa? No! Lei si è sempre e solo preoccupata di risurre in schiavitù e di plasmare un’idea di suprematismo bianco, che fosse alibi per saccheggi, violenze, genocidi che non durassero solamente un giorno. La prima carta nasce in Africa, con l’intronizzazione di Sundjata Keita, sovrano islamista del Mali:
“L’impero Mandenke è fondato sull’intesa e la concordia, la libertà e la fraternità. Ogni vita umana è una vita, di uguale dignità. Non c’è peggiore calamità della fame, e della schiavitù, che causano desolazione. Finché avremo arco e faretra la guerra non distruggerà un nostro villaggio per procurarsi degli schiavi. La schiavitù è proibita da un punto all’altro del regno Manden, la razzia è messa al bando a partire da oggi. Questo è il giuramento di Manden rivolto alle dodici parti del mondo”.

A voce alta: Fine del ’68 di Eugenio Montale

George Floyd ha un volto, un nome e cognome; ma le violenze e i soprusi coinvolgono milioni di persone senza volto né narrazione. Ci dobbiamo indignare per tutt*, perché il corpo esiste anche se non visto. Per questo, oggi leggo l’intensa Fine del ‘68 di Eugenio Montale, #avocealta.

A voce alta: “E ancora mi sollevo” di Maya Angelou

Resistente paladina dei diritti civili, Maya Angelou è stata una delle grandi (e prolifiche) intellettuali del Novecento (e del primo decennio del Duemila): oggi vi leggo, #avocealta, la sua meravigliosa E ancora mi sollevo.