La Giovanna D’Arco di Maria Luisa Spaziani

Nel 1990 Maria Luisa Spaziani, grandissima voce poetica del Novecento e musa di Eugenio Montale, pubblicò il suo “romanzo popolare” che racconta la storia di Giovanna D’Arco attingendo a leggende diverse rispetto alla storia canonica della Pulzella d’Orléans.

La “Giovanna d’Arco” della Spaziani riprende un metro canonico della letteratura italiana, il poema in ottave, utilizzato per i poemi cavallereschi, come l’Orlando furioso e la Gerusalemme liberata. A differenza della tradizione, però, Maria Luisa Spaziani utilizza l’endecasillabo sciolto.

La guerra e il Covid19

Il Covid19 non è una guerra. E come tale va trattato. A partire dal linguaggio che utilizziamo.

La guerra è ben altro, la guerra continua ancora, in molti angoli del globo, miete vittime più di quante ne faccia il virus e l’Italia, come tanti altri paesi, ne è uno dei finanziatori più affezionati (della guerra, indubbiamente).

Il virus è un’emergenza sanitaria, ovvero un complesso problema sociale, culturale, sanitario e di emarginazione di ampie parti di popolazione, che adesso più di prima si scoprono fragili e senza tutele.

Considerarla una guerra ci fa più docili e più remissivi a ogni decisione e volere, privandoci inconsapevolmente anche di quella opportunità di pensiero e di rielaborazione di cause e conseguenze che dovremmo lucidamente già iniziare ad affrontare. Rischiamo di far trascorrere questo periodo senza una reale presa di consapevolezza e di coscienza comunitaria e civile.

La poesia di oggi, La guerra, è stata scritta da Siaka Traore, uno studente maliano della Scuola di italiano DoubleTe, pubblicata nel libro Stran(i)eri. Storie di alfabetizzazione (End Edizioni).

Una poesia di Alberto Caeiro

Fernando Pessoa, maestro indiscusso della poesia novecentesca, cercò di sopravvivere alla sua solitudine esistenziale creandosi “un baule pieno di gente”: uno dei suoi eteronomi fu Alberto Caeiro, autore della splendida poesia che vi leggo oggi.

DanteDì: il canto V del Purgatorio

Delle tre cantiche, quella che mi ha sempre affascinato di più è sicuramente il Purgatorio. Una cantica bistrattata, solitamente; che anche a scuola si tendeva a fare in maniera frettolosa ed esclusivamente come ponte tra quella più appassionante, l’Inferno, e quella più dottrinale, il Paradiso. Ma il Purgatorio non è un momento trascurabile, nel cammino di Dante. Sia perché è un’invenzione tutta medievale, il purgatorio, che Dante porta a una teorizzazione completa e compiuta, sia perché è la cantica che più riguarda l’uomo nella sua dimensione più totale e completa. Nel Purgatorio c’è l’umanità intera, con i suoi limiti, i suoi dubbi, i suoi talenti, le sue ricchezze e le povertà. Il Purgatorio è il luogo dove l’uomo non si è ancora separato definitivamente dalla sua dimensione terrestre, fisica e carnale. All’Inferno stanno le anime che non avranno mai redenzione, in Paradiso quelle che hanno avuto la salvezza e che non hanno nessun altro pensiero – o quasi – se non nel godimento della contemplazione del volto di Dio. Nel Purgatorio, invece, ci sono delle anime che, seppur destinate alla redenzione, devono ancora scontare un periodo di attesa, che dipende in gran parte da quante preghiere verranno recitate nella terra dei vivi da coloro che si ricorderanno del morto. Ecco allora che è tutto un canto disperato, una raccomandazione feroce, a Dante, di parlare di loro, una volta che sarà tornato sulla terra, di far conoscere i loro nomi, di far sapere a tutti il loro destino e la loro storia. Continuano ad aver bisogno della loro narrazione, per poter continuare a sperare. Esattamente come ne abbiamo bisogno tutti, in tempi di quarantena e no. Le parole delle anime del Purgatorio sono dominate da una nostalgia per nulla celata del loro corpo, spesso maltrattato e violato, per il quale sentono un distacco feroce e straziante. Il corpo manca, più di tutto. E sul corpo loro si ostinano a parlare, a discutere. Esattamente come le anime che Dante incontra nel V del Purgatorio: anime che si sono pentite in punto di morte ma che hanno nostalgia di un corpo che è stato tolto loro dalla violenza, dalla tortura, come ultimo sfregio alla loro vita cessata. L’ultima delle anime che si presenta a Dante è quella della Pia de Tolomei. Una figura a cui io sono sentimentalmente legato, sia perché la sua storia è ambientata nel mio comune maremmano, quello di Gavorrano, dove pare che lei sia morta, sia perché è uno dei ritratti più belli che Dante abbia mai dipinto durante la narrazione della Commedia. In soli nove versi, con uno spazio infinitamente ridotto rispetto alla descrizione che fanno le due anime precedenti, condensa la sua storia senza svelare troppo ma caricandola, per questo, ancora di più di un senso di nostalgia e di strazio, di rimorso e di dolore. Ci fa solo supporre, Pia, cosa sia accaduto veramente, non ci dà nessuna certezza. Ma la sua richiesta, che presenta subito a Dante, senza neppure presentarsi, è quella straziante di esser ricordata, sulla terra dei vivi; di non essere consegnata all’oblio, perché sarebbe l’ennesimo affronto, arrecato non solo a lei, ma anche al suo corpo che così tanto, ingiustamente, soffrì.

Corso di poesia: dalla “parabola” alla parola.

Il corso di poesia che ho tenuto a Poschiavo e Brusio, in Svizzera, grazie all’Associazione Pro Grigioni Italiano, è stato tutto incentrato sulla parola, sul suo utilizzo, sulle infinite possibilità che abbiamo di giocarci, di espandere il significato, di manipolare il significante, di ribattezzare il senso e il suono, di trasformare la parola in carne e fiato, in sangue e ossa.

Abbiamo letto tanti scrittori e scrittrici che hanno fatto della ricerca la loro missione, la vocazione del loro scrivere. Ci siamo confrontati con tecniche diverse, abbiamo giocato con forme e dimensioni, abbiamo ragionato assieme su cosa sia la parola e che compito possa avere “il poeta” nella sua pratica quotidiana. Abbiamo capito che la poesia è ovunque, silente – magari -, perennemente presente: e che basta poco, forse solo una decisione personale, per iniziare un processo di elaborazione e fermentazione.

L’esperienza è stata illuminante, con dei bravissimi e delle bravissime corsiste che si sono messi in gioco, senza nessuna paura, fidandosi di me e reciprocamente, mettendo a disposizione di tutti la loro esperienza, le loro meditazioni e le loro produzioni.

Un corso intenso e potente, che presto avrà la forma di un libro testimonianza, edito dalle Edizioni Il Mosaico, su quello che è stato fatto, quello che si avrà l’intenzione di fare e quello da cui si è partiti.

Corso creativo di poesia.

A febbraio 2020, sarò in Svizzera per condurre questo bellissimo corso creativo di poesia.

Poschiavo, biblio.ludo.teca, e Brusio, Casa Besta, 8/9/15/16 febbraio 2020

 

Nell’ambito della rassegna “Frontiere poetiche” la Pro Grigioni Italiano organizza un laboratorio creativo di poesia con l’insegnante Giulio Gasperini, allo scopo di dare degli strumenti utili per analizzare i testi poetici e cimentarsi con maggiore consapevolezza nella scrittura poetica.

Obiettivi

Il corso si prefigge di dare ai frequentanti degli strumenti per poter affrontare la scrittura poetica con una maggiore consapevolezza, affinché si capisca che la composizione è, in realtà, un’officina, un’arte che necessita di veri e propri utensili, non legati soltamento alla dimensione retorica. Attraverso vari laboratori e un percorso di confronto costante e discussione i corsisti avranno la possibilità di mettersi alla prova sulle modalità d’analisi e di scrittura, scoprendo in quanti modi sia possibile comunicare il sentire poetico.

Per chi?

Aperto a tutti. Non è necessario aver già esperienza di scrittura, perché l’incontro e la scoperta della parola, come luogo di intrinseca poesia, è accessibile a tutte e tutti.

Percorso

Dopo un iniziale inquadramento teorico sulla poesia, si procederà a lavorare sulla “parola”, come elemento centrale della scrittura. Ci si confronterà con i testi degli autori, cercando di analizzarli, di comprenderli, discutendono collegialmente, attraverso un percorso di consapevolezza che sia comunitario e partecipato. Saranno poi proposti dei brevi laboratori di scrittura, che possano permettere di approfondire alcuni aspetti dell’officina poetica, sperimentando anche tecniche diverse. L’obiettivo è quello di produrre del materiale da condividere in classe che serva come palestra compositiva per il lavoro individuale e personale di ognuno.


Biografia dell’insegnante

Giulio Gasperini nasce nella Maremma toscana nel 1984. Dopo aver compiuto gli studi in “Lingua e letteratura italiana” a Roma ed essersi laureato col massimo dei voti nel 2010, si è trasferito in Valle d’Aosta dove attualmente vive e lavora come operatore sociale e insegnante d’italiano per stranieri, in particolare richiedenti asilo, lavoro per il quale si è specializzato conseguendo il master nel 2015. Ha pubblicato quattro libri di poesie: Dedicate (Libroitaliano, 2006), Schegge di mandala (Libroitaliano World, 2006), Patologia (Dreams Entertainment, 2010), Migrando (End Edizioni, 2014). Ha, inoltre, curato il libro Stran(i)eri. Storie di alfabetizzazione (End Edizioni, 2019) dove si racconta l’esperienza della Scuola di Italiano DoubleTe dove è stato insegnante per due anni e mezzo e il libro dell’attivista curda Ezel Alcu, Senza chiedere il permesso. Il mondobastardo (End Edizioni, 2018). Ha partecipato nel 2019 al corso base del Metodo caivardage di poesia, a Novara. Giornalista pubblicista, scrive su numerose testate online, tra le quali ChronicaLibri.it, che si occupa di recensione di libri e piccola-media editoria.


Luoghi

– Poschiavo, biblio.ludo.teca La Sorgente
– Brusio, Sala consigliare Casa Besta

Date e orari

Il corso si svolge lungo un percorso di 18 ore di lezione.

Sabato 8 febbraio 2020, ore 13-18
Domenica 9 febbraio 2020, ore 9-13
Sabato 15 febbraio 2020, ore 13-18
Domenica 16 febbraio 2020, ore 9-13

Informazioni e iscrizione

– Quota d’iscrizione: CHF 110.-; per soci Pgi e studenti CHF 90.-
– Termine iscrizioni: mercoledì 29 gennaio 2020
– Numero limitato di posti
– Il calendario con i luoghi precisi degli incontri sarà comunicato ai corsisiti a fine gennaio

Per iscriversi: valposchiavo@pgi.ch +41 (0)81 834 63 17

Immagine: Paul Cézanne, Il bacio della musa (dettaglio)

http://www.pgi.ch/index.php/centri-regionali/valposchiavo/pgi-valposchiavo/2099-corso-creativo-di-poesia

Io vado, madre.

Io vado, madre.

Se non torno,

sarò fiore di questa montagna,

frammento di terra per un mondo

più grande di questo.

Io vado, madre.

Se non torno,

il corpo esploderà là dove si tortura

e lo spirito flagellerà,

come l’uragano,

tutte le porte.

Io vado… madre…

Se non torno,

la mia anima sarà parola…

per tutti i poeti.

Abdulla Goran (poeta curdo 1904 -1962)

Il dolore del popolo turco è il dolore di tutt*.

“Carrying the Branch. Poets in search of Peace”.

Una mia poesia, Sale, è stata pubblicata e tradotta in inglese in questa antologia poetica, Carrying the Branch. Poets in search of Peace, edita nel 2017 dalla Glass Lyre Press di Glenview, Illinois.

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L’officina poetica di via Peita.

Dall’11 novembre al 2 dicembre 2018 ho tenuto un corso di poesia a Tirano (SO), organizzato dalla Libreria Il Mosaico.

I componimenti realizzati durante questo corso sono stati raccolti nel volume Officina poetica. Versi in via Peita, edito da Edizioni del Mosaico.

Un’esperienza straordinaria e imperdibile. Grazie agli organizzatori, alle corsiste e ai corsisti per lo splendido percorso compiuto assieme.

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“Migrando”.

Le migrazioni definiscono la storia dell’umanità: non si può prescindere dal fenomeno dello spostamento umano, per varie cause e ragioni. Sempre più, nel nostro mondo globalizzato, gli spostamenti (coatti o meno) di persone definiranno le stagioni future. Tentare di opporsi a questo fenomeno costitutivo è atteggiamento miope e inutile.

Migrando (End Edizioni) racconta che cosa significhi migrare, che cosa abbia significato e che cosa potrebbe significare, in un futuro estremamente vicino, già presente.

Acquistabile su Ibs.it.

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“Nel prato azzurro del cielo”

Oggi, in anteprima per ChronicaLibri, recensito Nel prato azzurro del cielo, nuova uscita per Motta Junior (Giunti) con le poesie di Antonia Pozzi e le illustrazioni di Gioia Marchegiani.

http://www.chronicalibri.it/2015/11/la-natura-che-si-crea-tra-le-sillabe-di-antonia-pozzi/

“Alla fine è la parola”.

In queste giornate di attenzione mondiale sui comportamenti feroci di un’Europa sempre più incapace di “restare umana”, ripropongo la mia recensione su ChronicaLibri a una raccolta di poesie splendida: Alla fine è la parola, di Hilde Domin, edita da Del Vecchio Editore: una donna migrante, profuga per necessità, ma anche fortunata nell’aver trovato la maniera di sopravvivere ai dolori delle separazioni.

http://www.chronicalibri.it/2014/01/alla-fine-e-la-parola-che-fa-sopravvivere-agli-esili/

“Lettere d’amore”.

Su ChronicaLibri tempo fa ho recensito lo splendido epistolario di George Sand e Alfred de Musset, edito da Archinto.

Tanto abbiamo amato e tanto, per questo, ci sarà perdonato.

http://chronica-libri.blogspot.it/2011/07/lettere-damore-tanto-abbiamo-amato-e.html

«Briciole da terra», il canzoniere degli amori di-versi.

Quello di Lillo Di Mauro (Briciole da terra di-versi amori, Edizioni Tracce 2015) è un canzoniere che, inevitabilmente, si misura con alcuni più famosi autori, da Saffo – traslata in Catullo (“A me pare un dio | nel suo sorriso sgomento”) – a Kavafis e Penna (“Stretto nei nervi del corpo, | lucido osserva scoscesi vicoli, | strade, ove acerbi giovinetti | dalle barocche bocche come fontane | zampillano puro desiderio”). Sia perché la materia poetica, a partire dall’eros (nel senso ampio) omosessuale, è comune e affine, sia perché le immagini, i richiami musicali e le forme poetiche sono piuttosto analoghi. Ma anche il recupero memoriale, fatto di frammenti, di squarci di ricordi, è un fil rouge che collega l’espressione poetica di Di Mauro con quella dei suoi modelli poetici di riferimento. Sono squarci di ricordo, lacerazioni di incontri, tangenze di vite che per breve tempo si sfiorano e poi divergono, prendendo ognuna delle strade diverse, pur conservandosi nella dolcezza del tocco: “La mia anima è fatta di segrete vicende | di cui solo la notte è testimone”.

Pur nella consapevolezza della propria naturalità (“Danzo libero e diverso, | felice d’esserlo”), il poeta va in cerca anche di una forma che non sia statica ma che sappia adattarsi ai cambi di direzioni che la vita infligge (“Verrebbe di farlo di notte | con tacito gesto | aprire la forma | che fa essere come si è”). Una nuova forma che non significa volubilità o incostanza, ma forma pratica di adattamento e trasformazione del sé (“Il divieto mi trascina verso la cattiva sorte, | m’impiglia in lacci di morte: | solo quei visi colmi di luce | che s’urtano correndo | in un parossismo crescente | sanno farmi dimenticare”). Una nuova dimensione, che procede spesso tra ombra e luce, tra contorni delineati e più sfocati (“Belli, con occhi gravidi di sesso | alle pareti del sogno appoggiati, | dissennate vite, destini già compiuti, | custodiscono giovinezze esuberanti, | che si liquefanno in rivoli | di trasparenze e ombre”), e che spesso scontorna nel successo di affermarsi eroi in un’umanità di reietti e perdenti: “Lo raccolsi tra le braccia | e così stemmo alla luna | senza suonar voce | ad aspettare l’ora in cui s’annega il buio | per poi tornare certi d’esser stati eroi”.

A contorno e culla di ogni umana sensazione sta salda la Natura; una Natura nobilitata che da spettatrice finisce per partecipare attivamente, collaborando alla creazione di un momento perfetto, non importa se felice o malinconico, ma pur sempre riverberante una perfezione d’intenti e presentimenti (“Levati in volo senza battito d’ali, | perch’io possa evocarti ogni giorno | come ossessivo ripetersi | del canto di un cuculo estivo”).

Un luogo privilegiato, in questo canzoniere, è Roma: una città, legata alle esperienze personali dell’autore, che ha avuto un valore fondamentale per tante altre vicende poetiche e omosessuali del passato Novecento e che adesso si trova a fare i conti con un presente svilito, ammutinato, un’attualità che la deturpa della sua grandezza e la relega a un ruolo comprimario in uno scenario globale. La grandezza di Roma, ora “blasfema e ignorante”, è crollata, franata con disonore, e persino gli amori ne risentono, non godendo più di quella bellezza diffusa che vi faceva da scenario e corollario. Di Roma rimane, dunque, una classicità che si plasma in linguaggio, con la scelta voluta di un lessico persino troppo aulico in qualche caso (finanche manierato) ma ricercato e non lasciato al caso, in una metrica rispettosa in linea di massima delle regole canoniche e di poche eccezioni o violenze, in una scelta di fonemi e significanti che si rincorrono e giocano tra loro (“Una notte, non una come tante, | sei stato la mia estate”).

Tra i limiti di questa classicità, trema sottopelle e sottoverso un eros dirompente, una sensualità che richiama sì modalità antiche e topiche ma che sa concedersi la delicatezza del gesto, l’assenza di volgarità, la giusta calibratura dell’accenno, del suggerimento pudico (“Fatti voce e chiamami | accogli la mia anima mite | perditi con me e perdonami | tu che dici d’essere l’ombra della sera | la morsa del mio desiderio | della mia bocca che s’inumida | e si schiude alle tue labbra”); così lontana, pertanto, da quella trivialità sboccata e quell’amore incostante sbandierati sui social dalle nuove generazioni di amanti e amatori digitali (“Cammino su un tappeto di foglie | amaranto e ruggine di sangue antico | ove si specchiano le moltitudini | clonate negli smartphone, | perse nei Social Network | dove scrivono “buongiorno, ti amo” | per odiarsi, poi, | quando si incontrano tristi | e frustrati nelle interminabili | code sulle autostrade”). Una sensualità che si declina, finanche, in una profonda e morbosa fisicità, una dimensione carnale che dà potenza e stuzzica il pensiero: “Come posso io fare | se patisco il tuo sguardo crudele, | l’armonia composta del tuo corpo, | quei muscoli che usi come dardi | e lacerano, ogni opposta resistenza”.

“L’inganno dei sensi, le infantili passioni” che compongono questo canzoniere di Lillo Di Mauro danno un significato tutto da scoprire all’esperienza amorosa, che straborda dai suoi stretti contorni e si squaderna per tutta l’esistenza del poeta, finendo per inglobare ogni singolo aspetto in una dimensione universale e inarrestabile del vivere, libero da condizionamenti e facili definizioni: “Distanze, solitudini | silenzio, dolore | voglio dormire, | non cercare risposte, | ma libero andare | senza essermi dato parole”.