1 luglio, Festa della Somalia (con Samia Yusuf Omar).

Il 1° luglio è la Festa nazionale della Somalia. Commemora l’unione del territorio della Somalia italiana e dello stato del Somaliland ex britannico nel 1960; una terra, la Somalia, considerata oramai un failed state, uno stato fallito, dilaniato da anni di conflitti, scontri intestini, mancanza di un governo centrale e di un controllo stabile.

Delle tante narrazioni legate alla terra somala (tante quelle che mi fanno i miei studenti), ce n’è una che mi ha sempre colpito, perché testimonia la nostra crudeltà e ferocia nei confronti del genere umano: la storia di Samia Yusuf Omar.

BEIJING – AUGUST 19: Samia Yusuf Omar of Somalia competes in the Women’s 200m Heats held at the National Stadium on Day 11 of the Beijing 2008 Olympic Games on August 19, 2008 in Beijing, China. (Photo by Stu Forster/Getty Images)

Samia nasce nel 1991 in una famiglia povera di Mogadiscio, e la giovane cresce con la passione (e il talento) per la corsa. Inizia a vincere le gare per dilettanti e, aiutata dal Centro olimpico somalo, riesce a partecipare alle Olimpiadi di Pechino, nella gara dei 200 m. Ottiene il suo primato, 32 secondi e 16 centesimi, ma è anche l’ultimo tempo di tutte le batterie. La sua corsa, di cui rimane una commovente testimonianza su YouTube, è una corsa di orgoglio e determinazione, nonostante le prime avversarie taglino il traguardo molti secondi prima di lei. “Avrei preferito essere intervistata per essere arrivata prima, invece che venire intervistata per essere arrivata ultima.”, dirà ai giornalisti che la osservano.

Negli anni successivi proverà in ogni modo a ottenere un visto per poter andare ad allenarsi in Europa, decisa a gareggiare anche alle Olimpiadi di Londra 2012. Ma gli anni passano e nessuno stato europeo le autorizza l’ingresso. Così tenta il tutto per tutto: di arrivare in Europa attraverso le rotte migratorie che passano dal deserto, approdano in Libia, e tentano di bruciare il confine del Mediterraneo.

Il connazionale Abdi Bile, ex mezzofondista e medaglia d’oro dei 1500 metri piani ai Mondiali di Roma 1987, sostiene che Samia sia morta annegata nell’aprile 2012, pochi mesi prima delle Olimpiadi, a causa del capovolgimento di un barcone sul quale si trovava. La sua morte è stata poi confermata dalle agenzie di stampa internazionali.

In Migrando (End Edizioni, 2014) ho dedicato una poesia alla storia di Samia Yusuf Omar. Eccola:

Olimpica.

A Samia Yusuf Omar

Lo stadio assorda – sono mani

che applaudono che sbattono

sulla pelle d’un tamburo, sulla

superficie dell’acqua? Sono passi

che affrettano, dallo start all’arrivo,

ignorando i secondi, sono piedi

che frullano nella confusione di

un’acqua nera. Spero di afferrare

la corda, come sfioro la pista, il

nido di uno stadio infinito che

esplode di futuro e d’attesa.

Scavalco il vento, scavalco il 

parapetto di una barca leggera 

sulle onde, corro corro verso

l’arrivo, alzo le braccia. Lo

inseguo senza spazio, accolgo

il suo respiro e riconsegno il mio.

Né ricordò nessuno il mio nome,

l’ultima arrivata, l’azzurra vestita.

La Porta d’Europa

Una mia poesia, tratta da Migrando (End Edizioni, 2014).

 

La Porta d’Europa.

Sulla soglia traccio un solco con

la punta della scarpa. L’orizzonte

tutt’attorno di azzurro si scontorna

e squaderna un respiro di vento.

L’ombra cala, si appoggia alla terra,

solleva la polvere che dovunque si

posa. Non conosco direzioni né

provenienze, come acqua che si finge

incolpevole e innocente travasa.

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Del non ritorno (La maison des Esclaves)

Una poesia mia, scritta sui ricordi della mia visita all’isola di Gorée, in Senegal, e alla vista, emozionante e squassante, della Porta del non ritorno, nella Maison des Esclaves.

 

Una porta – uno squarcio nel buio di

una roccia – un lampo di azzurro che

mi accartoccia. Dà le vertigini quest’

aria che trascorre, senza mai porsi

problemi di trasporre il mio volto e

quello di chissà chi altro. È il buio

sordo di un tempo che non conosce

più stagione – il buio che accoglie e

fascia un uomo che cammina – ferisce

la parete liquida, una luce feroce che

smarrisce il mio corpo nel racconto

di un destino comune e veloce. Da qui

si parte e non si torna – si sale spinti

su tavole sparse – si spezza il tempo

futuro che non si ricompone sulla mia

lingua rozza. E spruzza la montagna

quando rompe le acque e ha il vento

in poppa – chissà dove approda. Io

depongo le mie ossa in questa casa

lascio il sangue al vento – si miscela

con la bava del mare indifferente.

Se è lui a portarmi là, saprà anche

che io – arpionato – sono rimasto qua.

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Thomas.

Una poesia nata dai miei ricordi del Burkina Faso, la “Terra degli uomini integri”, come il miracoloso Thomas Sankara.

 

Thomas

(Ricordi della Terra degli uomini integri).

Cancellasti il nome coloniale – lo

ribattezzasti per un inizio esplosivo:

la terra degli uomini integri. Nudi,

sulla terra, si battono i piedi – sono

ritmo e pulsazione – una rivoluzione

che conobbe corta fioritura. Parlasti

al mondo, intero, tutto riunito, per

assicurare la tua voce al futuro sempre

più anteriore. Neanche la tua tomba

conobbe pace – le ossa, le vertebre,

le falangi – di chi protese mani di

saluto all’occidente rapace. Nella

polvere rossa, in disparte (la solleva

l’harmattan) un vento feroce che

impasta la luce e la inghiotte in una

notte precoce – come fu la tua propria

stagione – scommessa di una salvezza

che conobbe solo promessa e si spezzò

al suono fitto di un proiettile genuflesso.

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Stromboli, un’isola

Un’isola è un luogo fantastico, ma ciò che accade nell’isola è destino non nel senso che vi accade o deve accadervi, ma nel senso che ha significato e che il suo significato è scatenato appunto dalla struttura dell’isola” (Giorgio Manganelli, Introduzione a “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson).

Stromboli.

Iddu negligente attende il tempo

assente – che conosce se stesso

e perde il senso della corsa, di

essere altro che a sé aderente.

Mi regalasti una notte di festa e

fuoco – quello che scivola sotto-

pelle e assedia corpi e membra

sciolte. Il mare assedia e confina

la tua ombra ti squaderna e piano

scontorna – se la sera avanza e

dopone i colori nel fuoco che

sforna. La partenza è un’evasione –

la fine di un miraggio d’amore.

L’isola resta – una curva di roccia –

la Sciara, una strada d’attesa – la

sabbia divampa e il mare accartoccia

sullo scoglio: l’aliscafo ormai perso

conosce la rotta e in questo dubbio

non mi piego né mi perdo.

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Gli haiku del laboratorio “Poesia in rete”

Un progetto esaltante quello che è andato in live streaming grazie alla Libreria Il Mosaico di Tirano (SO): un “laboratorio” poetico con i partecipanti del mio corso di poesia tenuto in Svizzera a febbraio 2020, grazie all’iniziativa della Pro Grigioni Italiano di Poschiavo.

In questi tempi di separazione fisica e di distanziamento sociale ci siamo trovati collegati online per continuare il nostro lavoro collaborativo sulla parola che diventa poesia e sulla poesia creata dalle parole.

Seppur con alcune difficoltà tecniche iniziali, il laboratorio è stato un successo, seguito da tante persone che hanno interagito con i partecipanti.

Come tema del laboratorio avevo scelto il termine CASA, che così tanto è cambiato, nella nostra realtà e percezione, in questi mesi di assedio. Ragionando proprio sul termine CASA in ogni suo possibile aspetto abbiamo composto sul momento, abbiamo ragione e ci siamo dati il tempo necessario per scrivere, in altri luoghi e tempi.

Adesso, raccolgo qua i componimenti che sono stati prodotti, per lasciare una traccia del nostro lavoro.

Inizio con la pubblicazione degli haiku.

Case
Già c’è chi disse,
la mia casa è nei cieli.
Oggi risuona
(Simona Tuena)

Finestre sorde
la primavera fuori –
il gatto dorme
(Giulio Gasperini)

Nella capanna
alberga il fulmine
che ci ripara.
(Camilla Bertolina)

Mura
Esiliato qui
colgo nuovi dettagli
di meraviglia
(Alberto Camarilla)

Qui trovate il live.

Ricordi di Huruma

La storia di Aisha mi ha fatto tornare alla mente quegli stessi orizzonti. Anche io ho lavorato nell’Africa più reietta e marginale. Nel 2011 per qualche settimana ho fatto volontariato in una delle bidonville più feroci di Nairobi: Huruma, che anche Alex Zanotelli ricorda nel suo illuminante Korogocho: alla scuola dei poveri. Huruma significa, in swahili, “compassione”, “benevolenza”, “misericordia”: l’ironia è alla base della nomenclatura di questi luoghi d’inferno. Huruma è la bidonville che si trova di fronte alla immensa discarica di Korogocho, dove sopravvive un’umanità considerata residuale ma fondamentale per muovere un’economia in cui il capitale pone le sue fondamenta.
Era pericoloso entrare a Huruma, innegabilmente. Il bianco, il mzungu, è odiato, con ragione. Si concentra sul bianco, chiunque sia, la responsabilità della condizione infima a cui si è costretti, in quei luoghi che sono oltre la vergogna e il disprezzo dell’alterità. Uomini donne bambini accatastati in condizioni bestiali, se questo aggettivo limitante può essere utilizzato per rendere un’idea.
Questa è una poesia nata su quei ricordi.

Ricordi d’Huruma.

La terra rossa scava i miei occhi,
macchia i miei denti. La terra
rossa spolpa il mio teschio, mi
sparpaglia le ossa. Come non
sentire? Né ascoltare? Come
non aprirsi alla voce che battezza
al passaggio? Mzungu, mzungu
fin dove si arriva a camminare…
mzungu! Lascio lo sguardo al cielo,
incontro le nubi che non sono già
più come sono, come erano; sempre
diverse, lontane, distanti, nella
polvere che soffia come vento, nel
vento che s’impasta come pioggia.

Regolarizzazione.

La poesia può certamente – e deve pretendere di farlo – indicare nuove narrazioni possibili nell’assordante e becero scontro politico che riguarda corpi e persone, prima che operai e forza lavoro. Perché la “regolarizzazione” non deve mai essere un privilegio o un ricatto, ma il riconoscimento dell’esistenza di un essere umano, indipendentemente da quanto profitto potremmo ricavarci (anche perché regolarizzarsi costa tanto, troppo, in tasse e contributi a uno stato che ti ha già macellato).

Un piccolo contributo, una piccola mia poesia, per questo tempo infame.

 

Regolarizzazione.

L’Italia è una Repubblica basata sul

nostro dolore – infamante quel termine:

regolarizzazione, perché non c’è riscatto,

perché lascia permesso l’umano a

uno stato allibratore. Non abitiamo la

pelle le ossa il nostro intimo decoro ma

solo gli anfratti rimossi del nostro lavoro.

E l’inverno comincia sulle calde e

sporche mani a raccogliere arance

esplose di colore – un odore che ci

illumina e scompare nell’aria, come

qualcosa che piange e non sa consolare.

Poi le stagioni rotolano ancora coi

pomodori e con le fragole – un rosso

di sangue e sudore così simile alla

salvezza quando arriva – forse – per

un corpo alla deriva in un mare abissale.

E poi basta, a nascondersi, a lasciarsi

dis-umanizzati nelle reti del caporale.

Non bastò il sacrificio del nome – delle

parole delle orme perse, il loro suono

sordo, del frustato addome. Le nostre

braccia in-braccianti cassette e storie

sfiorenti nei campi dove nessuno

ci vede mai né mai saprebbe.

Di Lampedusa (con Sandro Penna)

L’isolamento domiciliare ha portato con sé, oltre lo sguardo delle finestre cieche, il ricordo delle isole che più amo; quei luoghi che, assurdamente (odiando io con forza viscerale il mare e la sua fruizione più becera), sono diventate case, rifugi, approdi certi nel delirio frenetico del movimento.

Ecco, allora, che con le parole, unico strumento che io sappia – così così – usare, è nata questa poesia per la mia più meridionale isola.

 

Di Lampedusa (con Sandro Penna)

Come si muove il vento entro l’agosto

e il novembre – un lungo ritorno di

colori acque racconti dove si sfasciano

le sponde degli orizzonti. Albero Sole

mi sostiene, come sul palmo della mano,

mi spinge alto e proietta la mia ombra

oltrebordo, tra quelle rocce e quei versi di

cavazze che mi chiamano un lento ricordo.

La mia ombra lunare so dove si poggia:

sulla balconata di Piazza Castello, alla

base remota del Faro di Levante, dove

il mare sconfina nel cielo e il vento

scontorna il tempo – declinato tutto e

posticipiato – com’era l’onda sullo scoglio

aperta. Non domino il tempo futuro –

non esiste nella mia lingua privata. Quando

tornerò alla mia isola di una volta, ricercherò

le compagne di allora, lo sguardo che basta

e che aspetta tutto colmo di guarenti parole.

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Su Migrando.

A distanza di tanti anni dalla pubblicazione (stanno per scoccare i 6 anni) Migrando (END Edizioni) è un testo che ancora parla, tanto, e che ancora viene letto e apprezzato: un miracolo per un libro di poesia che parla di migranti, edito da una piccola casa editrice e scritto da un “poeta” sconosciuto.

Ecco cosa ne scrive l’ANPI Colleferro: “Giulio Gasperini ci riporta coi piedi per terra, ci mette di fronte agli ultimi della terra, a cui normalmente dedichiamo un pensiero distratto e in questi tempi di pandemia forse neanche quello…”

Continuate a leggere l’articolo qua.

Biotumulo, una storia nera (Čërnaja byl’)

Quella di Černobyl’ è una storia che conosco da tanto. Io avevo neanche due anni quando, il 26 aprile 1986 alle ore 1 e 23 del mattino, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale, a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e 18 km da quella di Černobyl’, 16 km a sud del confine con la Bielorussia, esplose un reattore. Fu il più grave incidente nucleare mai verificatosi in una centrale nucleare, e uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES) dall’IAEA, insieme all’incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

Ma ne sentii parlare pochi anni dopo, in famiglia, quando i miei genitori decisero, assieme ad altre famiglie del paese, di aderire al progetto della sezione locale di Legambiente: accogliere per un mese, d’estate, alcune bambine e bambini, poi diventati ragazze e ragazzi, provenienti dalle zone martoriate dalle radiazioni, per portarli al mare e cercare di limitare i danni provocati alla loro tiroide. Lo stesso progetto fu fortemente voluto da un uomo eccezionale, un pittore miracoloso, Paolo Cimoni, che effettuò anche numerosi viaggi in quelle terre, dai quali trasse molte ispirazioni per i suoi dipinti, come quelli, meravigliosi, che ho usato in questo articolo: uno ritrae una vecchia contadina in attesa in un ambulatorio di campagna, l’altro una slitta che viene trainata e scivola su un deserto di neve.

Sono stati anni interessanti, nei quali trovai un fratello, Sasha, nei quali io non imparai una sola parola di russo e lui solo una manciata di parole in italiano, particolarmente quelle nazional-popolari; ma anni che sicuramente mi hanno aiutato nel cominciare a ragionare sulla necessità di confrontarsi sempre con qualsiasi alterità.

In questa quarantena mi è capitato di leggere Preghiera per Černobyl’ della giornalista e narratrice Premio Nobel Svetlana Aleksievič: testo che spezza il respiro e commuove nel profondo per la sua precisione documentaristica, la sua coralità di testimonianze e voci, la sua precisione di informazione, la sua poetica nascosta nelle parole dei martiri.

Dalla lettura di questo testo è nato questo mio piccolo contributo in versi.

Biotumulo, una storia nera (Čërnaja byl’)
(da “Preghiera per Černobyl’”, di Svetlana Aleksievič)

Gocciolava a terra il latte di una vacca –
nessuno lo raccolse – stillicidio di vita.
Il dosimetro crepitava e si inceppava: curie
e röntgen, misurazioni fin allora ignote.
La nostra storia è sofferenza, un lungo
rosario che diventò rifugio. Mio padre
tornò con in bocca la parola evacuazione.
Nelle gambe nei piedi nelle braccia. Negli
occhi sordi di futuro. Non avemmo più
il nostro angolo a cui tornare – avemmo paura
della pioggia della neve della foresta.
Pensammo di tornare – apparecchiammo la
tavola: del pane, il sale, tanti cucchiai quante
anime abitano nella casa abbandonata. Le
tante fotografie appese alle pareti, sempre
continuammo a pensarci lì – odore di cera.
Davanti alla casa, alla rimessa, lei si inchinò;
si inchinò davanti a ogni singolo albero di melo.
Sotterrammo la foresta, scavammo via terra
e buttammo i frutti sudati del lavoro. Di
trovare riparo dall’atomo, pensammo ingenui,
come ci si protegge dalle schegge delle
granate e degli obici dai proiettili dalle frecce.
Ma l’atomo occupa tutto lo spazio invisibile:
lo mangiammo lo respirammo le bevemmo.
Fummo uniti alla radiazione che scansò i sensi.
Pioggia leggera, in quell’aprile: gocce che
rotolavano come mercurio, mai viste prima.
L’acqua va dove vuole andare: non tiene
conto delle frontiere, delle radiazioni, l’acqua
conosce solo i suoi spazi: dilaga in superficie
e sotto terra, come sangue che sta sottopelle.
Il sangue è il nostro veleno, che ci impedì
l’amore: non sapevo che amare potesse
diventare una colpa. Sono forse colpevole
di amare? Il peccato primordiale, il peccato
di procreare… sopportiamo, come sempre
sopportiamo: più altro, non possiamo fare
perché ancora non esistono le parole. I
bambini allattamo con latte e cesio: tutte
Madonne di Černobyl’, alle quali fu proibita
la tragedia – spazio al solo eroismo, alla
fabbrica della propaganda: menzogne
su menzogne, mentre l’odore di carne marcia
avvelenava le notti e i giorni. I bambini
disegnarono (quante lacrime!) alberi capovolti,
con le radici all’aria, l’acqua dei fiumi rossa e gialla.
Arrivò in volo una cicogna – lei forse non
seppe – la Natura la chiamò – si affacciò uno
scarabeo: gioii di ogni cosa, allora, che ancora
era vita, che ancora continuava e continuò.

Bielorussia

Caviardage di Quarantena.

Ho scoperto la tecnica del caviardage per caso, in un posto lontano, e poi ho iniziato a seguire dei corsi per il mio personale utilizzo, per una mia ricerca nella solitudine della parola; per una sua de-costruzione e ri-costruzione.

Questo è il mio caviardage di oggi:

Quarantena.

Il mio specchio

aspettava

primavera –

intrecci serratissimi

salutavano

vibrando

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Alfabeto del Covid19: C come…

Iniziamo col mio alfabeto – tra il poetico e il narrativo – del Covid19, un ripensamento delle parole che adesso, più che mai, hanno bisogno di una nuova risignificazione, di un nuovo battesimo per potersi separare dal precedente concetto (finto, abbiamo visto) di “normalità”.

Sarà un alfabeto randomico, senza ordine, perché è così che si imparano le nuove lingue; andando là dove c’è bisogno di andare.

Iniziamo con la lettera C come CASA.

 

Attendiamo tramonto e alba, con un

sole che tiepido scalda i balconi, i

vetri – di chi è più fortunato – spazi

all’aria sul deserto di una città. Le

finestre sono mute, ciechi gli angoli

dei muri dove si impigliano le trecce

della notte, le ombre d’ansia di un

tempo che scompare. Lo zerbino è

l’avamposto della nostra difesa, un

assedio dentro e fuori, le pareti sono

prigione e amputazione del nostro

libero – presunto – movimento. C’è

persino chi la casa non la trattiene,

la abbandona ogni notte in un angolo

diverso e mai più, la mattina, la

ritrova, spostata un po’ più là, senza

distanza di contenimento. Ed è un

accampamento, un rifugio, il

ricordo di un passato che adesso

non trova più nessun indugio. Le

case le conosciamo, come linee del

palmo, ma adesso ci contengono

e sorvegliano, ci denudano e

puniscono – oltre noi, si travestono.

 

La mia poesia su “Piccole strade”

Grazie all’amico e collega Mario Badino che oggi mi ha ospitato sul suo blog Piccole strade con una poesia che ho scritto nel gennaio 2019, dopo l’ennesima mia visita a Sarajevo e alla Galerija 11/07/95, dove ho ascoltato la testimonianza di una madre di Srebrenica, sull’ultima volta che ha visto suo figlio deportato.
La foto, che ho scattato io a Sarajevo, raffigura una “rosa di Sarajevo”: sono le tracce dei colpi di mortaio, tatuate sull’asfalto della città, alcune delle quali sono state riempite di resina rossa, per testimoniare la devastazione che la guerra porta con sé.

“Migrando”.

Per la Giornata mondiale dell poesia ripropongo la recensione a firma Giulia Siena del mio “Migrando” (END Edizioni), su ChronicaLibri: http://www.chronicalibri.it/2014/08/migrando-giulio-gasperini-end-edizioni-recensione/