A voce alta: una poesia di Emily Dickinson

In questo periodo di clausure volontarie (o meno), il pensiero va subito a Emily Dickinson, a una straordinaria poetessa che per tutta la sua (breve) vita rimase confinata tra le quattro mura della sua casa e lo spazio del suo giardino (forse solo una volta uscì per partecipare a un funerale), probabilmente per una grave forma di agorafobia.

Scrisse più di 1600 poesie, ritrovate dopo la sua morte: in vita ne aveva pubblicate una manciata, spesso con uno pseudonimo maschile, per potersi guadagnare il rispetto della pubblicazione. Ma seppe, con la sua scrittura potente e cristallina, costruirsi mondi narrativi alternativi, ampi e spaziosi, i quali, come nella poesia che leggo, ci possono aiutare a ri-dare un senso nuovo e più compiuto al mondo che stiamo vivendo e al mondo che vorremo costruire una volta evasi dalle nostre casalinghe prigioni.

La Giovanna D’Arco di Maria Luisa Spaziani

Nel 1990 Maria Luisa Spaziani, grandissima voce poetica del Novecento e musa di Eugenio Montale, pubblicò il suo “romanzo popolare” che racconta la storia di Giovanna D’Arco attingendo a leggende diverse rispetto alla storia canonica della Pulzella d’Orléans.

La “Giovanna d’Arco” della Spaziani riprende un metro canonico della letteratura italiana, il poema in ottave, utilizzato per i poemi cavallereschi, come l’Orlando furioso e la Gerusalemme liberata. A differenza della tradizione, però, Maria Luisa Spaziani utilizza l’endecasillabo sciolto.

La guerra e il Covid19

Il Covid19 non è una guerra. E come tale va trattato. A partire dal linguaggio che utilizziamo.

La guerra è ben altro, la guerra continua ancora, in molti angoli del globo, miete vittime più di quante ne faccia il virus e l’Italia, come tanti altri paesi, ne è uno dei finanziatori più affezionati (della guerra, indubbiamente).

Il virus è un’emergenza sanitaria, ovvero un complesso problema sociale, culturale, sanitario e di emarginazione di ampie parti di popolazione, che adesso più di prima si scoprono fragili e senza tutele.

Considerarla una guerra ci fa più docili e più remissivi a ogni decisione e volere, privandoci inconsapevolmente anche di quella opportunità di pensiero e di rielaborazione di cause e conseguenze che dovremmo lucidamente già iniziare ad affrontare. Rischiamo di far trascorrere questo periodo senza una reale presa di consapevolezza e di coscienza comunitaria e civile.

La poesia di oggi, La guerra, è stata scritta da Siaka Traore, uno studente maliano della Scuola di italiano DoubleTe, pubblicata nel libro Stran(i)eri. Storie di alfabetizzazione (End Edizioni).

Una poesia di Alberto Caeiro

Fernando Pessoa, maestro indiscusso della poesia novecentesca, cercò di sopravvivere alla sua solitudine esistenziale creandosi “un baule pieno di gente”: uno dei suoi eteronomi fu Alberto Caeiro, autore della splendida poesia che vi leggo oggi.

DanteDì: il canto V del Purgatorio

Delle tre cantiche, quella che mi ha sempre affascinato di più è sicuramente il Purgatorio. Una cantica bistrattata, solitamente; che anche a scuola si tendeva a fare in maniera frettolosa ed esclusivamente come ponte tra quella più appassionante, l’Inferno, e quella più dottrinale, il Paradiso. Ma il Purgatorio non è un momento trascurabile, nel cammino di Dante. Sia perché è un’invenzione tutta medievale, il purgatorio, che Dante porta a una teorizzazione completa e compiuta, sia perché è la cantica che più riguarda l’uomo nella sua dimensione più totale e completa. Nel Purgatorio c’è l’umanità intera, con i suoi limiti, i suoi dubbi, i suoi talenti, le sue ricchezze e le povertà. Il Purgatorio è il luogo dove l’uomo non si è ancora separato definitivamente dalla sua dimensione terrestre, fisica e carnale. All’Inferno stanno le anime che non avranno mai redenzione, in Paradiso quelle che hanno avuto la salvezza e che non hanno nessun altro pensiero – o quasi – se non nel godimento della contemplazione del volto di Dio. Nel Purgatorio, invece, ci sono delle anime che, seppur destinate alla redenzione, devono ancora scontare un periodo di attesa, che dipende in gran parte da quante preghiere verranno recitate nella terra dei vivi da coloro che si ricorderanno del morto. Ecco allora che è tutto un canto disperato, una raccomandazione feroce, a Dante, di parlare di loro, una volta che sarà tornato sulla terra, di far conoscere i loro nomi, di far sapere a tutti il loro destino e la loro storia. Continuano ad aver bisogno della loro narrazione, per poter continuare a sperare. Esattamente come ne abbiamo bisogno tutti, in tempi di quarantena e no. Le parole delle anime del Purgatorio sono dominate da una nostalgia per nulla celata del loro corpo, spesso maltrattato e violato, per il quale sentono un distacco feroce e straziante. Il corpo manca, più di tutto. E sul corpo loro si ostinano a parlare, a discutere. Esattamente come le anime che Dante incontra nel V del Purgatorio: anime che si sono pentite in punto di morte ma che hanno nostalgia di un corpo che è stato tolto loro dalla violenza, dalla tortura, come ultimo sfregio alla loro vita cessata. L’ultima delle anime che si presenta a Dante è quella della Pia de Tolomei. Una figura a cui io sono sentimentalmente legato, sia perché la sua storia è ambientata nel mio comune maremmano, quello di Gavorrano, dove pare che lei sia morta, sia perché è uno dei ritratti più belli che Dante abbia mai dipinto durante la narrazione della Commedia. In soli nove versi, con uno spazio infinitamente ridotto rispetto alla descrizione che fanno le due anime precedenti, condensa la sua storia senza svelare troppo ma caricandola, per questo, ancora di più di un senso di nostalgia e di strazio, di rimorso e di dolore. Ci fa solo supporre, Pia, cosa sia accaduto veramente, non ci dà nessuna certezza. Ma la sua richiesta, che presenta subito a Dante, senza neppure presentarsi, è quella straziante di esser ricordata, sulla terra dei vivi; di non essere consegnata all’oblio, perché sarebbe l’ennesimo affronto, arrecato non solo a lei, ma anche al suo corpo che così tanto, ingiustamente, soffrì.