A voce alta: Casa di Warsan Shire

L’emergenza del Covid-19 rischia di farci rivolgere l’attenzione soltanto ai drammi personali, facendoci dimenticare l’importanza dei diritti (e della dignità) di tutt*. Oggi, in questa giornata di sciopero, leggo “Casa” di Warsan Shire.

Gli haiku del laboratorio “Poesia in rete”

Un progetto esaltante quello che è andato in live streaming grazie alla Libreria Il Mosaico di Tirano (SO): un “laboratorio” poetico con i partecipanti del mio corso di poesia tenuto in Svizzera a febbraio 2020, grazie all’iniziativa della Pro Grigioni Italiano di Poschiavo.

In questi tempi di separazione fisica e di distanziamento sociale ci siamo trovati collegati online per continuare il nostro lavoro collaborativo sulla parola che diventa poesia e sulla poesia creata dalle parole.

Seppur con alcune difficoltà tecniche iniziali, il laboratorio è stato un successo, seguito da tante persone che hanno interagito con i partecipanti.

Come tema del laboratorio avevo scelto il termine CASA, che così tanto è cambiato, nella nostra realtà e percezione, in questi mesi di assedio. Ragionando proprio sul termine CASA in ogni suo possibile aspetto abbiamo composto sul momento, abbiamo ragione e ci siamo dati il tempo necessario per scrivere, in altri luoghi e tempi.

Adesso, raccolgo qua i componimenti che sono stati prodotti, per lasciare una traccia del nostro lavoro.

Inizio con la pubblicazione degli haiku.

Case
Già c’è chi disse,
la mia casa è nei cieli.
Oggi risuona
(Simona Tuena)

Finestre sorde
la primavera fuori –
il gatto dorme
(Giulio Gasperini)

Nella capanna
alberga il fulmine
che ci ripara.
(Camilla Bertolina)

Mura
Esiliato qui
colgo nuovi dettagli
di meraviglia
(Alberto Camarilla)

Qui trovate il live.

A voce alta: “La mia casa, l’entrata” di Dario Bellezza

La casa è la nuova esternalizzazione della frontiera e del controllo, come lo fu, decenni fa, per i malati di AIDS. Ce lo racconta oggi un poeta ahimè dimenticato, Dario Bellezza, narratore dell’umanità residuale, marginale e discriminata dalla Roma borghese, con la sua La mia casa, l’entrata che leggo oggi #avocealta.

“Dovunque appendo” di Grace Nichols

Lascio la mia gente, il paese, la casa

per motivi non del tutto certi

Abbandono il sole

e lo splendore del colibrì

e i ratti delle assi del pavimento

così raccolgo il mio io del nuovo mondo

e arrivo in questo posto chiamato Inghilterra.

Dapprima mi sento in un sogno –

il grigio della nebbia

tocco le pareti per vedere se sono vere

sono solide

e la gente che esce dalla metropolitana

come fagioli

e quando alzo la testa vedo Lord Nelson

alto troppo alto per mentire.

E così mando a casa fotografie

tra i piccioni e la neve

e così mi difendo dal freddo

e così a poco a poco

comincio a cambiare i miei modi calypso

non vado mai a trovare nessuno

senza averli avvertiti per tempo

e aspetto il turno in fila

ora dopo tanto tempo

mi sono abituata alla vita inglese

ma ancora mi manca casa mia

a dire la verità

non so più dove appartengo

sì, sono divisa dall’oceano

divisa all’osso

dove appendo le mutante – è lì casa mia.

Grace Nichols

Alfabeto del Covid19: C come…

Iniziamo col mio alfabeto – tra il poetico e il narrativo – del Covid19, un ripensamento delle parole che adesso, più che mai, hanno bisogno di una nuova risignificazione, di un nuovo battesimo per potersi separare dal precedente concetto (finto, abbiamo visto) di “normalità”.

Sarà un alfabeto randomico, senza ordine, perché è così che si imparano le nuove lingue; andando là dove c’è bisogno di andare.

Iniziamo con la lettera C come CASA.

 

Attendiamo tramonto e alba, con un

sole che tiepido scalda i balconi, i

vetri – di chi è più fortunato – spazi

all’aria sul deserto di una città. Le

finestre sono mute, ciechi gli angoli

dei muri dove si impigliano le trecce

della notte, le ombre d’ansia di un

tempo che scompare. Lo zerbino è

l’avamposto della nostra difesa, un

assedio dentro e fuori, le pareti sono

prigione e amputazione del nostro

libero – presunto – movimento. C’è

persino chi la casa non la trattiene,

la abbandona ogni notte in un angolo

diverso e mai più, la mattina, la

ritrova, spostata un po’ più là, senza

distanza di contenimento. Ed è un

accampamento, un rifugio, il

ricordo di un passato che adesso

non trova più nessun indugio. Le

case le conosciamo, come linee del

palmo, ma adesso ci contengono

e sorvegliano, ci denudano e

puniscono – oltre noi, si travestono.

 

Io ♥️ Lampedusa

Lampedusa è da sempre un faro che illumina la notte, un appiglio nella tempesta, una certezza per i naufraghi, un orizzonte possibile aperto ai venti e ai viaggiatori, una biblioteca ricca che è sempre porto sicuro, un balsamo di calma negli affanni.

Io ♥️ Lampedusa (e molt* di coloro che la popolano).