Recensione: “Metodo Srebrenica”

Ho recensito su Notizie Migranti Metodo Srebrenica di Ivica Dikić, edito da Bottega Errante edizioni.

Il libro analizza il genocidio di Srebrenica da una prospettiva interna, quella di chi organizzò e rese possibile il massacro di più di 8.000 persone.

“Sul genocidio di Srebrenica, feroce vergogna per l’Europa intera, sono stati scritti fiumi di parole; poco, però, è conosciuto ai più. Come per un senso di colpa individuale (o, ancor peggio, un disinteresse omertoso), l’opinione pubblica ancora non sa fare i conti con cosa è accaduto in quella piega d’Europa, venticinque anni fa, nei giorni di metà luglio. È proprio questa la prospettiva innovativa che segue il giornalista Ivica Dikić in questa sua opera, Metodo Srebrenica, edita da Bottega Errante Edizioni; ovvero, analizzare la vicenda da una prospettiva interna, quella di chi materialmente organizzò e rese possibile il massacro di più di 8000 ragazzi, uomini, bambini musulmani, deportati e trucidati, e poi fatti sparire nella speranza di non esser più ritrovati, nemmeno nei loro corpi”.

La recensione completa qui.

1 luglio, Festa della Somalia (con Samia Yusuf Omar).

Il 1° luglio è la Festa nazionale della Somalia. Commemora l’unione del territorio della Somalia italiana e dello stato del Somaliland ex britannico nel 1960; una terra, la Somalia, considerata oramai un failed state, uno stato fallito, dilaniato da anni di conflitti, scontri intestini, mancanza di un governo centrale e di un controllo stabile.

Delle tante narrazioni legate alla terra somala (tante quelle che mi fanno i miei studenti), ce n’è una che mi ha sempre colpito, perché testimonia la nostra crudeltà e ferocia nei confronti del genere umano: la storia di Samia Yusuf Omar.

BEIJING – AUGUST 19: Samia Yusuf Omar of Somalia competes in the Women’s 200m Heats held at the National Stadium on Day 11 of the Beijing 2008 Olympic Games on August 19, 2008 in Beijing, China. (Photo by Stu Forster/Getty Images)

Samia nasce nel 1991 in una famiglia povera di Mogadiscio, e la giovane cresce con la passione (e il talento) per la corsa. Inizia a vincere le gare per dilettanti e, aiutata dal Centro olimpico somalo, riesce a partecipare alle Olimpiadi di Pechino, nella gara dei 200 m. Ottiene il suo primato, 32 secondi e 16 centesimi, ma è anche l’ultimo tempo di tutte le batterie. La sua corsa, di cui rimane una commovente testimonianza su YouTube, è una corsa di orgoglio e determinazione, nonostante le prime avversarie taglino il traguardo molti secondi prima di lei. “Avrei preferito essere intervistata per essere arrivata prima, invece che venire intervistata per essere arrivata ultima.”, dirà ai giornalisti che la osservano.

Negli anni successivi proverà in ogni modo a ottenere un visto per poter andare ad allenarsi in Europa, decisa a gareggiare anche alle Olimpiadi di Londra 2012. Ma gli anni passano e nessuno stato europeo le autorizza l’ingresso. Così tenta il tutto per tutto: di arrivare in Europa attraverso le rotte migratorie che passano dal deserto, approdano in Libia, e tentano di bruciare il confine del Mediterraneo.

Il connazionale Abdi Bile, ex mezzofondista e medaglia d’oro dei 1500 metri piani ai Mondiali di Roma 1987, sostiene che Samia sia morta annegata nell’aprile 2012, pochi mesi prima delle Olimpiadi, a causa del capovolgimento di un barcone sul quale si trovava. La sua morte è stata poi confermata dalle agenzie di stampa internazionali.

In Migrando (End Edizioni, 2014) ho dedicato una poesia alla storia di Samia Yusuf Omar. Eccola:

Olimpica.

A Samia Yusuf Omar

Lo stadio assorda – sono mani

che applaudono che sbattono

sulla pelle d’un tamburo, sulla

superficie dell’acqua? Sono passi

che affrettano, dallo start all’arrivo,

ignorando i secondi, sono piedi

che frullano nella confusione di

un’acqua nera. Spero di afferrare

la corda, come sfioro la pista, il

nido di uno stadio infinito che

esplode di futuro e d’attesa.

Scavalco il vento, scavalco il 

parapetto di una barca leggera 

sulle onde, corro corro verso

l’arrivo, alzo le braccia. Lo

inseguo senza spazio, accolgo

il suo respiro e riconsegno il mio.

Né ricordò nessuno il mio nome,

l’ultima arrivata, l’azzurra vestita.

Stromboli, un’isola

Un’isola è un luogo fantastico, ma ciò che accade nell’isola è destino non nel senso che vi accade o deve accadervi, ma nel senso che ha significato e che il suo significato è scatenato appunto dalla struttura dell’isola” (Giorgio Manganelli, Introduzione a “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson).

Stromboli.

Iddu negligente attende il tempo

assente – che conosce se stesso

e perde il senso della corsa, di

essere altro che a sé aderente.

Mi regalasti una notte di festa e

fuoco – quello che scivola sotto-

pelle e assedia corpi e membra

sciolte. Il mare assedia e confina

la tua ombra ti squaderna e piano

scontorna – se la sera avanza e

dopone i colori nel fuoco che

sforna. La partenza è un’evasione –

la fine di un miraggio d’amore.

L’isola resta – una curva di roccia –

la Sciara, una strada d’attesa – la

sabbia divampa e il mare accartoccia

sullo scoglio: l’aliscafo ormai perso

conosce la rotta e in questo dubbio

non mi piego né mi perdo.

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Ricordi di Huruma

La storia di Aisha mi ha fatto tornare alla mente quegli stessi orizzonti. Anche io ho lavorato nell’Africa più reietta e marginale. Nel 2011 per qualche settimana ho fatto volontariato in una delle bidonville più feroci di Nairobi: Huruma, che anche Alex Zanotelli ricorda nel suo illuminante Korogocho: alla scuola dei poveri. Huruma significa, in swahili, “compassione”, “benevolenza”, “misericordia”: l’ironia è alla base della nomenclatura di questi luoghi d’inferno. Huruma è la bidonville che si trova di fronte alla immensa discarica di Korogocho, dove sopravvive un’umanità considerata residuale ma fondamentale per muovere un’economia in cui il capitale pone le sue fondamenta.
Era pericoloso entrare a Huruma, innegabilmente. Il bianco, il mzungu, è odiato, con ragione. Si concentra sul bianco, chiunque sia, la responsabilità della condizione infima a cui si è costretti, in quei luoghi che sono oltre la vergogna e il disprezzo dell’alterità. Uomini donne bambini accatastati in condizioni bestiali, se questo aggettivo limitante può essere utilizzato per rendere un’idea.
Questa è una poesia nata su quei ricordi.

Ricordi d’Huruma.

La terra rossa scava i miei occhi,
macchia i miei denti. La terra
rossa spolpa il mio teschio, mi
sparpaglia le ossa. Come non
sentire? Né ascoltare? Come
non aprirsi alla voce che battezza
al passaggio? Mzungu, mzungu
fin dove si arriva a camminare…
mzungu! Lascio lo sguardo al cielo,
incontro le nubi che non sono già
più come sono, come erano; sempre
diverse, lontane, distanti, nella
polvere che soffia come vento, nel
vento che s’impasta come pioggia.

A voce alta: la Costituzione della Repubblica di Užupis

41 articoli per riflettere su cosa potremmo diventare, magari, nel prossimo futuro. #Avocealta oggi vi leggo la Costituzione della Repubblica di Užupis, il quartiere degli artisti di Vilnius, diventato indipendente il 1 aprile 1997.

 

 

La lezione del virus.

Una cosa buona questo virus, suo malgrado, la sta facendo. Ci sta mettendo nei panni dell’altro; di tanti altri, contemporaneamente. Ci sta insegnando che 600 euro al mese magari son un po’ pochini (bastava chiedere a chi, per vivere, deve accettare i “tirocini”, senza la dignità di un contratto degno, o le chiamate, o le prestazioni occasionali, o i contratti a venti ore che poi si lavora ugualmente per quanto c’è bisogno e bona al massimo le recuperi); ci sta insegnando che il click day è una schifezza irrispettosa (bastava chiederlo a un cittadino di paese terzo che avesse voluto venire a lavorare qua); ci sta insegnando che i pomodori e le arance non si raccolgono da soli (bastava non voltarsi dall’altra parte quando si sentiva parlare di sfruttamento lavorativo e caporalato); ci sta insegnando che l’amore è quello che si sceglie e non solo quello che ci è imposto dal sangue (bastava andarlo a chiedere a chi si è sempre dovuto amare di nascosto, tipo me, per non fare tanta strada); ci sta insegnando che la scuola non esiste senza corpo (bastava chiederlo a chi insegna nelle classi di 30 studenti, dove a fatica ti ricordi i nomi e cognomi); ci sta insegnando che anche un computer e una connessione decente, una casa e una finestra sono privilegi di classe (bastava chiederlo a un sacco di gente per cui la tecnologia e un alloggio dignitoso erano e restano fantascienza); ci sta insegnando che è orribile additare i contagiati e trattarli da untori (e sarebbe bastato chiederlo, negli anni Ottanta e Novanta, a chi subì la tragedia di contrarre l’HIV, un cugino del Covid19, e subì l’ostracismo sociale e umano); ci sta insegnando che maltrattare la natura non è proprio un comportamento intelligente (e qui avremmo avuto l’imbarazzo della scelta a chi chiederlo); ci sta insegnando quanto sia vergognoso bistrattare gli anziani (questo sarebbe bastato chiederlo direttamente a loro); ci sta insegnando quanto è brutto essere reclusi senza apparente motivo (bastava domandarlo ai reclusi degli ex CIE); ci sta insegnando, grottescamente, che la libertà è bella (bastava chiederlo a chi vive sotto un regime, tipo in Ungheria o in Russia, o a chi vive oppresso, come in Palestina, dove hanno anche le bombe, e via andare…); ci sta insegnando quanto è mortificante e umiliante essere respinti e indesiderati (e, anche qui, spazio ai testimoni da oltremare!).
Il rischio, però, è che non riuscirà a farci fare il passo successivo: ovvero, a imparare l’empatia. Proprio per questo, sarà accaduto invano.

Biotumulo, una storia nera (Čërnaja byl’)

Quella di Černobyl’ è una storia che conosco da tanto. Io avevo neanche due anni quando, il 26 aprile 1986 alle ore 1 e 23 del mattino, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale, a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e 18 km da quella di Černobyl’, 16 km a sud del confine con la Bielorussia, esplose un reattore. Fu il più grave incidente nucleare mai verificatosi in una centrale nucleare, e uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES) dall’IAEA, insieme all’incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

Ma ne sentii parlare pochi anni dopo, in famiglia, quando i miei genitori decisero, assieme ad altre famiglie del paese, di aderire al progetto della sezione locale di Legambiente: accogliere per un mese, d’estate, alcune bambine e bambini, poi diventati ragazze e ragazzi, provenienti dalle zone martoriate dalle radiazioni, per portarli al mare e cercare di limitare i danni provocati alla loro tiroide. Lo stesso progetto fu fortemente voluto da un uomo eccezionale, un pittore miracoloso, Paolo Cimoni, che effettuò anche numerosi viaggi in quelle terre, dai quali trasse molte ispirazioni per i suoi dipinti, come quelli, meravigliosi, che ho usato in questo articolo: uno ritrae una vecchia contadina in attesa in un ambulatorio di campagna, l’altro una slitta che viene trainata e scivola su un deserto di neve.

Sono stati anni interessanti, nei quali trovai un fratello, Sasha, nei quali io non imparai una sola parola di russo e lui solo una manciata di parole in italiano, particolarmente quelle nazional-popolari; ma anni che sicuramente mi hanno aiutato nel cominciare a ragionare sulla necessità di confrontarsi sempre con qualsiasi alterità.

In questa quarantena mi è capitato di leggere Preghiera per Černobyl’ della giornalista e narratrice Premio Nobel Svetlana Aleksievič: testo che spezza il respiro e commuove nel profondo per la sua precisione documentaristica, la sua coralità di testimonianze e voci, la sua precisione di informazione, la sua poetica nascosta nelle parole dei martiri.

Dalla lettura di questo testo è nato questo mio piccolo contributo in versi.

Biotumulo, una storia nera (Čërnaja byl’)
(da “Preghiera per Černobyl’”, di Svetlana Aleksievič)

Gocciolava a terra il latte di una vacca –
nessuno lo raccolse – stillicidio di vita.
Il dosimetro crepitava e si inceppava: curie
e röntgen, misurazioni fin allora ignote.
La nostra storia è sofferenza, un lungo
rosario che diventò rifugio. Mio padre
tornò con in bocca la parola evacuazione.
Nelle gambe nei piedi nelle braccia. Negli
occhi sordi di futuro. Non avemmo più
il nostro angolo a cui tornare – avemmo paura
della pioggia della neve della foresta.
Pensammo di tornare – apparecchiammo la
tavola: del pane, il sale, tanti cucchiai quante
anime abitano nella casa abbandonata. Le
tante fotografie appese alle pareti, sempre
continuammo a pensarci lì – odore di cera.
Davanti alla casa, alla rimessa, lei si inchinò;
si inchinò davanti a ogni singolo albero di melo.
Sotterrammo la foresta, scavammo via terra
e buttammo i frutti sudati del lavoro. Di
trovare riparo dall’atomo, pensammo ingenui,
come ci si protegge dalle schegge delle
granate e degli obici dai proiettili dalle frecce.
Ma l’atomo occupa tutto lo spazio invisibile:
lo mangiammo lo respirammo le bevemmo.
Fummo uniti alla radiazione che scansò i sensi.
Pioggia leggera, in quell’aprile: gocce che
rotolavano come mercurio, mai viste prima.
L’acqua va dove vuole andare: non tiene
conto delle frontiere, delle radiazioni, l’acqua
conosce solo i suoi spazi: dilaga in superficie
e sotto terra, come sangue che sta sottopelle.
Il sangue è il nostro veleno, che ci impedì
l’amore: non sapevo che amare potesse
diventare una colpa. Sono forse colpevole
di amare? Il peccato primordiale, il peccato
di procreare… sopportiamo, come sempre
sopportiamo: più altro, non possiamo fare
perché ancora non esistono le parole. I
bambini allattamo con latte e cesio: tutte
Madonne di Černobyl’, alle quali fu proibita
la tragedia – spazio al solo eroismo, alla
fabbrica della propaganda: menzogne
su menzogne, mentre l’odore di carne marcia
avvelenava le notti e i giorni. I bambini
disegnarono (quante lacrime!) alberi capovolti,
con le radici all’aria, l’acqua dei fiumi rossa e gialla.
Arrivò in volo una cicogna – lei forse non
seppe – la Natura la chiamò – si affacciò uno
scarabeo: gioii di ogni cosa, allora, che ancora
era vita, che ancora continuava e continuò.

Bielorussia

Io ♥️ Lampedusa

Lampedusa è da sempre un faro che illumina la notte, un appiglio nella tempesta, una certezza per i naufraghi, un orizzonte possibile aperto ai venti e ai viaggiatori, una biblioteca ricca che è sempre porto sicuro, un balsamo di calma negli affanni.

Io ♥️ Lampedusa (e molt* di coloro che la popolano).

Dove finisce tutta l’acqua della Terra.

Oggi, su http://www.chronicalibri.it, la mia recensione al preziosissimo libro D’acqua a là, realizzato da Dario Villa e Laura Trovalusci, con le illustrazioni di Emiliano Ponzi, e edito da Gribaudo.

http://www.chronicalibri.it/2018/01/finisce-tutta-lacqua-della-terra/

Lampedusa, torno a casa.

Sul numero 9 de La macchina sognante la narrazione del mio viaggio a Lampedusa per il 3 ottobre 2017. Buona lettura!

http://www.lamacchinasognante.com/lampedusa-torno-a-casa-reportage-di-giulio-gasperini/

Pedro e Muño, vi dichiaro marito e marito.

Ti prendo la mano e non te la lascio andare. Te la tengo stretta perché solo tu mi importi. Solo tu sai tutto di me, e te lo conservi sicuro e al riparo dalle molestie altrui. Ti stringo la mano e ti guardo negli occhi; lo sguardo diretto e senza dubbio alcuno. Intreccia le tue dita alle mie, assieme camminiamo, fieri e senza timore. Io mi chiamo Pedro, tu Muño; e non è un problema, lo sarà soltanto molti anni dopo. Ma adesso non ci preoccupiamo, non ci chiediamo nulla. Qui, adesso ci abbracciamo, ci regaliamo i nostri beni, le nostre visioni, gli orizzonti che saranno più comuni; e basta, adesso rimani in silenzio e non dire più nulla, perché qua attorno è tutta una festa; tutto un tripudio per un amore come il nostro…

È il 16 aprile 1061. Chissà se c’era il tramonto, a Rairiz de Veiga, un comune della Galizia spagnola? Poco più di 140 chilometri a sud di uno dei luoghi più religiosi del mondo, il monastero di Santiago de Compostela. Coordinate, più o meno queste: 42°04′59.16″N 7°49′55.92″W. Poche case, un paesaggio forse quasi spopolato. Chissà se era invece l’alba o il tardo pomeriggio? C’è del movimento attorno a una piccola cappella di campagna. In realtà, non si sa granché del modo in cui accadde, ma un documento ritrovato al Monastero di San Salvador de Celanova (e oggi conservato all’Archivo Histórico Nacional di Madrid), svela che due uomini contrassero un matrimonio cristiano cattolico, correttamente officiato da un prete, all’interno di un luogo consacrato al culto. Lo fecero senza nessun trucco né fingendosi altri se non loro stessi.

Si chiamavano Pedro Díaz e Muño Vandilaz.

Come potevano essere ce lo immaginiamo solamente. Magari giovani e bellissimi; oppure anziani e acciaccati d’età e di dolori per la troppa vita vissuta. Chissà. Quest’assenza di dati e di informazioni li rende ancora più affascinanti ai nostri occhi di curiosi spettatori lontani. Sappiamo che vivevano assieme, vicino alla Chiesa di Santa María de Ordes. Chissà i commenti, le maldicenze, le dicerie feroci, come quelle dei nostri pianerottoli e dei nostri cortili. O forse no, neanche: perché se fu loro possibile sposarsi in chiesa, di fronte alle statue di santi e sante di Dio, con un prete a officiare, magari era tutto normale, tutto piuttosto ordinario. Era consuetudine o il loro fu permesso speciale? Anche questo non ci è possibile dirlo. Chissà la gente, la partecipazione; o forse una cerimonia riservatissima, pochi occhi e ancor meno mani per un momento così vitale. Anni dopo, persino eroico.

Probabilmente, rovinando un po’ l’idea più romantica possibile, si trattò di una cerimonia di adelphopoiesis, ovvero di “gemellaggio” (hermanamiento, in spagnolo) con la quale, secondo forme uguali al matrimonio, di univano in un rapporto stretto due persone, anche uomini. Un rapporto principalmente incentrato sulla condivisione, messa per iscritto e pertanto diventata un contratto da rispettare, di tutti gli aspetti della vita di ognuno, dalle attività quotidiane al cibo, dai vestiti alla casa, consegnandosi reciprocamente come “amicos bonos cum fide et veritate”, “buoni amici con fedeltà e verità”, più o meno. Si impegnavano anche a mantenere le stesse amicizie e a conservare le stesse inimicizie: come a dire che anche in questo campo l’unione non può venir meno, a prescindere da tutto il resto.

Ma, in definitiva, il matrimonio che cosa è se non un contratto, legalmente vincolante, più che un’impresa d’amore? Altrimenti dovrebbe finire assieme al sentimento. Durando “finché morte non vi separi” non significa che la morte pone fine all’affetto, ma che pone fine al valore legale di un atto. Sicché, se il matrimonio è “solo” un contratto – un contratto che però stabilisce e garantisce dei diritti altrimenti ferocemente inesistenti – che importanza può avere chi lo stipula? Pedro e Muño lo fecero e chissà, magari sono stati gli uomini più felici che la storia dell’umanità ricordi.

Fu Carlos Callón, professore di lingua e letteratura galiziana, a scoprire i loro nomi e la loro storia, parlandone nel libro Amigos e sodomitas: a configuración da homosexualidade na Idade Media, edito nel 2011 e vincitore dell’importante Premio Vicente Risco de Ciencias Sociais: “Analizzo – sue, le parole – come si costruisce il pregiudizio anti omosessuali, come si crea l’idea di sodomia e come si converte in peccato qualcosa che non lo era stato per i primi mille anni del Cristianesimo”.

In Spagna, arriverà poi il 2005. Il governo Zapatero. Un anno epocale. La crisi era prossima ma nessuno ne sospettava l’abbattersi furioso. La Spagna era una delle nazioni europee più forti e in ascesa. Il sogno sarebbe durato poco, però in quel 2005 l’attenzione del mondo fu catturata per un altro motivo: la legge 13/2005, del 1° luglio, con cui si decretava che «Il matrimonio avrà gli stessi requisiti e gli stessi effetti quando entrambi i coniugi siano dello stesso sesso». Da allora, tantissime coppie si sono sposate, sottoscrivendo quel contratto, impossessandosi di quei diritti umani che dovrebbero spettare a tutti; altrimenti sono privilegi. Nonostante questo, la Spagna esiste ancora e con la Spagna esiste il popolo spagnolo, per nulla annientato da qualche presunta (e invocata) ira divina.

Fonti:
Carlos Callón, Amigos e sodomitas: a configuración da homosexualidade na Idade Media, Sotelo Blanco, Santiago de Compostela 2011
M.J.A., El primer matrimonio homosexual de Galicia se ofició en 1061 en Rairiz de Veiga, da http://www.farodevigo.es, 27 febbraio 2011
Miguel Magdalena, Versos por el primer matrimonio homosexual de Galicia, da www.elmundo.es, 13 aprile 2011

VAROSIA, dove il tempo ha avuto paura

“Prendi la tua ombra e scappa. Scappa lontano. Lascia tutto qua, piatti, libri, vestiti. Non importa chiudere le finestre, tanto torneremo presto. Le porte, lasciale pure spalancate all’aria della notte. Cipro è calda, nessuno si raffredderà. Non abbiamo un attimo per guardare indietro, per serrare i nostri luoghi in difesa di un domani che chissà quando verrà. Lascia pure tutto qua, il piatto, il bicchiere riempito di vino, il cucchiaino di zucchero a sciogliersi nel caffè. Quegli armadi pieni di vestiti, queste spiagge, lontane, che così tanti turisti richiamavano da ogni altro altrove. Lascia ogni tuo luogo, ogni tuo ricordo deposto negli angoli delle stanze, su quei vetri ai quali aspettavi il suo ritorno. Lascia la porta aperta agli uccelli che migrano, che da qui passano e poi, chissà quando, ritornano”.

A 35°07′09″N 33°57′10″E ci troviamo sull’isola di Cipro, terra mitica e leggendaria, sulle cui coste la leggenda narra che sia nata Afrodite, la dea della bellezza. E Cipro di bellezza ne possiede tanta, orgogliosamente. Una bellezza di arte e di storia, di incontri e di crocevia, di natura e di paesaggi. Come Famagosta, l’eroica città che fu più volte assediata e conquistata, che porta ancora oggi le tracce dei suoi tanti passati e dove la leggenda vuole che Shakespeare ambientasse il suo “Otello” tanto famoso. Ma Famagosta è anche una significativa prova, evidente, del dramma di Cipro; quello che dagli anni ’70, e in particolare dal 1974, portò a una divisione dell’isola, a una separazione che ancora ferisce e taglia un popolo e una terra. Nel 1974 l’esercito turco assaltò l’isola, la conquistò, spingendosi fino alla Linea Attila, che ancora oggi è il confine interno, e la occupò, tracciando una linea immaginaria tra due comunità e due territori uniti. Persino la capitale, chiamata a seconda da chi la pronuncia Lefkosia o Lefkoşa, è tutt’ora l’unica capitale al mondo divisa in due da un confine, da un’assurda linea tracciata chissà con quali criteri, con un check point da attraversare per passare da una parte all’altra. Tra le due parti, una striscia di nessuno, una terra che non conosce proprietario ma che è pattugliata dalle Forze peacekeeping dell’ONU.
È alla periferia di Famagosta, tuttavia, che sta, abbandonata e sola, la prova più tangibile, la testimonianza più angosciosa, di questo dramma di cui non si profila soluzione: Varosia. Varosia è il quartiere dei greco-ciprioti di Famagosta. Piuttosto, fu. Oggi quel che rimane è un’agghiacciante città fantasma, chiusa in metri di rete e filo spinato, soffocata da piante e fichi d’India, che si sono impadroniti di quelli che una volta furono cortili e giardini, stanza e salotti, cucine gonfie di odori e camere da letto di sogni notturni. È anche un lungomare spettrale, popolato da alberghi svettanti ma vuoti, ciechi di vita e di turismo: pensare che, prima degli anni ’70, quelle spiagge erano tra le più ricercate dell’isola, meta di un turismo ricco e spendaccione. Sono ecomostri, e lo erano anche prima, ma oggi, lasciati alla dissoluzione progressiva degli agenti atmosferici, con persino le macchine ancora parcheggiate nei garage sotterranei, sono ancora più spettrali e lugubri. Anche in quei giorni del 1974, ignari di ciò che si sarebbe abbattuto sull’isola di lì a poco, i turisti popolavano le stanze lussuose di questi alberghi, formicolando sulle spiagge e sguazzando nelle acque di uno splendido Mediterraneo. Alla notizia dell’invasione, però, non ci fu tempo neanche per pensare: tutti in fuga, uno dietro all’altro, senza il tempo di salire nelle proprie stanze per prendere l’indispensabile; una fuga rovinosa in ciabatte, a piedi, lasciando colazioni nei piatti, le macchine parcheggiate, gli ombrelloni e le sdraio aperte sull’arenile. Tutto, oggi, è ancora lì. Le lenzuola nei letti, gli avanzi delle colazioni nei piatti, i fiori secchi nei vasi, qualche ombrellone ancora a fare ombra su una spiaggia deserta, le chiavi delle stanze sui banconi, il registro delle presenze aperto a una data oramai storica, l’agosto del 1974. È così, in queste condizioni, è tutto il resto del quartiere di Varosia: completamente disabitata, ogni casa deserta e ferma, immobile, in un tempo che ha avuto paura e non è più tornato, non ha più ricominciato a muoversi.
Varosia è testimonianza feroce di quel che possono fare l’incapacità e la stupidità umane. La Storia racconta, infatti, che fu un generale inglese, presa una cartina di Cipro, a tracciare una linea verde, per segnare le due zone di influenza sull’isola, tra turchi e greci. Varosia non era stata compresa nella parte turca, sarebbe dovuta rimanere ai greco-ciprioti che lì lavoravano negli spettacoli e nei lussuosi alberghi. Ma i turchi non rispettarono gli accordi e in quel 1974 si affondarono ben oltre la linea verde. Gli abitanti di Varosia, insieme ai turisti, alla notizia devastante dell’avanzata dell’esercito turco, se ne andarono precipitosamente, abbandonando le loro case. Si dice che le lampadine siano rimaste accese per settimane, fino a esaurirsi; si dice che tutt’oggi ci siano i tavoli lasciati apparecchiati per una fuga così inattesa e irreversibile. Oggi, è un pezzo di Cipro ancora deserto, lasciato così forse come monito forse come ostaggio forse come rimorso. Raccontarlo è ben diverso dal vederlo: la vista di queste case getta un’ombra di profonda angoscia, di ansia, di precarietà esistenziale. Tutto, a Varosia, è fermo a quarant’anni fa, anche se si può soltanto gettare una svelta occhiata per cogliere qualcosa. Minacciosi cartelli, infatti, ribadiscono (e un po’ spaventano) che nella zona è assolutamente proibito entrare e che non si possono scattare foto. Off limits, per ragioni che forse si basano solo su un senso di colpa difficile da emendare.
Ma qualcheduno è tornato, su quelle spiagge, rispettando un antico patto istintivo e cromosomico. Sono tornate le tartarughe. Loro, almeno, tornano sull’arenile, depongono le uova e ripartono, confidando che il caso sia clemente coi loro figli; i quali, a loro volta, torneranno sulla stessa spiaggia a consegnare al futuro i loro cuccioli. Una parte di mondo, insomma, perduta dagli uomini ma riconquistata dalla natura e dalle sue antiche leggi.

Varosia

Fonti: Lara Gusatto, Il brivido caldo delle ghost-town, in LaRepubblica.it Viaggi, 3 febbraio 2011; Richard Hooper and Vibeke Venema, Varosha: The abandoned tourist resort, in BBC News Magazine, 14 gennaio 2014; Alessio Grosso, Appello ai Turchi per Varosha, la Riccione fantasma di Cipro: salvatela!, in MeteoLive.leonardo.it, 27 febbraio 2014; Vesna Marić, Cipro, Lonely Planet, 2015

Camminando Parigi… – IV

Oggi su IlGiunco.net la quarta parte del mio reportage da Parigi, alla scoperta dei marchés aux puces e della moda vintage.

http://www.ilgiunco.net/2015/06/07/capo-nord-parigi-la-romantica-parigi-la-citta-dei-mercatini-delle-pulci-e-della-moda-parte-quattro/

Continua, domenica prossima, con l’ultima puntata!

North Brother, l’isola unknown di NYC.

Ieri per la geografia narrante di Foolishbrain.com ho raccontato la storia dell’isola North Brother, the last unknown place in New York City.

Un’isola, a un passo da Manhattan, che non sarebbe dovuta esistere.

Incuriositevi di geografia!

http://foolishbrain.com/2015/05/28/north-brother-lisola-che-non-ci-sarebbe-dovuta-essere/

Amikejo.

Per la geografia narrante di Foolishbrain.com oggi si va tra Germania, Belgio e Olanda, dove sarebbe dovuto nascere il primo stato dell’amicizia, ‪#‎Amikejo‬, dove si parlasse ‪#‎esperanto‬, la nuova lingua dell’unione e della fratellanza.

http://foolishbrain.com/2015/05/21/amikejo-il-paese-della-nuova-lingua/

“L’ultima testa cadde a Marsiglia”.

Per la geografia narrante, oggi su FoolishBrain.com ho raccontato dell’ultima testa che cadde, sotto la lama della ghigliottina. A Marsiglia, una manciata di anni fa.

http://foolishbrain.com/2015/05/14/lultima-testa-cadde-a-marsiglia/

“Il Monte Bianco non è in Italia”

Oggi su ChronicaLibri ho recensito il volume “Il Monte Bianco non è in Italia” (Edizioni Clichy), che racconta particolarità e curiosità geografiche raccolte dal regista francese Olivier Marchon.

Perché, tutto sommato, la geografia non è per fortuna soltanto quella cartina inerte che conosciamo appesa sui muri di stanche aule scolastiche.

http://www.chronicalibri.it/2015/05/tutti-i-segreti-e-il-divertimento-della-geografia/