Recensione: “Metodo Srebrenica”

Ho recensito su Notizie Migranti Metodo Srebrenica di Ivica Dikić, edito da Bottega Errante edizioni.

Il libro analizza il genocidio di Srebrenica da una prospettiva interna, quella di chi organizzò e rese possibile il massacro di più di 8.000 persone.

“Sul genocidio di Srebrenica, feroce vergogna per l’Europa intera, sono stati scritti fiumi di parole; poco, però, è conosciuto ai più. Come per un senso di colpa individuale (o, ancor peggio, un disinteresse omertoso), l’opinione pubblica ancora non sa fare i conti con cosa è accaduto in quella piega d’Europa, venticinque anni fa, nei giorni di metà luglio. È proprio questa la prospettiva innovativa che segue il giornalista Ivica Dikić in questa sua opera, Metodo Srebrenica, edita da Bottega Errante Edizioni; ovvero, analizzare la vicenda da una prospettiva interna, quella di chi materialmente organizzò e rese possibile il massacro di più di 8000 ragazzi, uomini, bambini musulmani, deportati e trucidati, e poi fatti sparire nella speranza di non esser più ritrovati, nemmeno nei loro corpi”.

La recensione completa qui.

1 luglio, Festa della Somalia (con Samia Yusuf Omar).

Il 1° luglio è la Festa nazionale della Somalia. Commemora l’unione del territorio della Somalia italiana e dello stato del Somaliland ex britannico nel 1960; una terra, la Somalia, considerata oramai un failed state, uno stato fallito, dilaniato da anni di conflitti, scontri intestini, mancanza di un governo centrale e di un controllo stabile.

Delle tante narrazioni legate alla terra somala (tante quelle che mi fanno i miei studenti), ce n’è una che mi ha sempre colpito, perché testimonia la nostra crudeltà e ferocia nei confronti del genere umano: la storia di Samia Yusuf Omar.

BEIJING – AUGUST 19: Samia Yusuf Omar of Somalia competes in the Women’s 200m Heats held at the National Stadium on Day 11 of the Beijing 2008 Olympic Games on August 19, 2008 in Beijing, China. (Photo by Stu Forster/Getty Images)

Samia nasce nel 1991 in una famiglia povera di Mogadiscio, e la giovane cresce con la passione (e il talento) per la corsa. Inizia a vincere le gare per dilettanti e, aiutata dal Centro olimpico somalo, riesce a partecipare alle Olimpiadi di Pechino, nella gara dei 200 m. Ottiene il suo primato, 32 secondi e 16 centesimi, ma è anche l’ultimo tempo di tutte le batterie. La sua corsa, di cui rimane una commovente testimonianza su YouTube, è una corsa di orgoglio e determinazione, nonostante le prime avversarie taglino il traguardo molti secondi prima di lei. “Avrei preferito essere intervistata per essere arrivata prima, invece che venire intervistata per essere arrivata ultima.”, dirà ai giornalisti che la osservano.

Negli anni successivi proverà in ogni modo a ottenere un visto per poter andare ad allenarsi in Europa, decisa a gareggiare anche alle Olimpiadi di Londra 2012. Ma gli anni passano e nessuno stato europeo le autorizza l’ingresso. Così tenta il tutto per tutto: di arrivare in Europa attraverso le rotte migratorie che passano dal deserto, approdano in Libia, e tentano di bruciare il confine del Mediterraneo.

Il connazionale Abdi Bile, ex mezzofondista e medaglia d’oro dei 1500 metri piani ai Mondiali di Roma 1987, sostiene che Samia sia morta annegata nell’aprile 2012, pochi mesi prima delle Olimpiadi, a causa del capovolgimento di un barcone sul quale si trovava. La sua morte è stata poi confermata dalle agenzie di stampa internazionali.

In Migrando (End Edizioni, 2014) ho dedicato una poesia alla storia di Samia Yusuf Omar. Eccola:

Olimpica.

A Samia Yusuf Omar

Lo stadio assorda – sono mani

che applaudono che sbattono

sulla pelle d’un tamburo, sulla

superficie dell’acqua? Sono passi

che affrettano, dallo start all’arrivo,

ignorando i secondi, sono piedi

che frullano nella confusione di

un’acqua nera. Spero di afferrare

la corda, come sfioro la pista, il

nido di uno stadio infinito che

esplode di futuro e d’attesa.

Scavalco il vento, scavalco il 

parapetto di una barca leggera 

sulle onde, corro corro verso

l’arrivo, alzo le braccia. Lo

inseguo senza spazio, accolgo

il suo respiro e riconsegno il mio.

Né ricordò nessuno il mio nome,

l’ultima arrivata, l’azzurra vestita.

Le rivolte necessarie

Chi si indigna per le rivolte degli Stati Uniti, dicendo che così-passano-dalla-ragione-al-torto è uguale a chi si indigna per i Pride, perché son-baracconate-e-infastidiscono-i-benpensanti; chi fa questo è untore infettante di una morale borghese che ignora le cause, i motivi profondi, le ragioni ataviche, e discetta con pasticcini e tè inglese sul divano della sua casa con terrazza, giardino e amaca, un po’ alla Desperate Housewives: l’importante è che la presunta immoralità stia ben nascosta negli scantinati o sotto il tappetto. Perché il sistema, in definitiva, ci va bene così: il cambio ci terrorizza e ci inquieta. Meglio, allora, condannare la ”brutalità” inevitabile di chi si vede ogni giorno discriminare e violare in ogni basilare diritto umano, sociale e civile.

Ecco la prima carta che introduce il rispetto dei diritti umani, promulgata nel 1222. In Europa? No! Lei si è sempre e solo preoccupata di risurre in schiavitù e di plasmare un’idea di suprematismo bianco, che fosse alibi per saccheggi, violenze, genocidi che non durassero solamente un giorno. La prima carta nasce in Africa, con l’intronizzazione di Sundjata Keita, sovrano islamista del Mali:
“L’impero Mandenke è fondato sull’intesa e la concordia, la libertà e la fraternità. Ogni vita umana è una vita, di uguale dignità. Non c’è peggiore calamità della fame, e della schiavitù, che causano desolazione. Finché avremo arco e faretra la guerra non distruggerà un nostro villaggio per procurarsi degli schiavi. La schiavitù è proibita da un punto all’altro del regno Manden, la razzia è messa al bando a partire da oggi. Questo è il giuramento di Manden rivolto alle dodici parti del mondo”.

Del non ritorno (La maison des Esclaves)

Una poesia mia, scritta sui ricordi della mia visita all’isola di Gorée, in Senegal, e alla vista, emozionante e squassante, della Porta del non ritorno, nella Maison des Esclaves.

 

Una porta – uno squarcio nel buio di

una roccia – un lampo di azzurro che

mi accartoccia. Dà le vertigini quest’

aria che trascorre, senza mai porsi

problemi di trasporre il mio volto e

quello di chissà chi altro. È il buio

sordo di un tempo che non conosce

più stagione – il buio che accoglie e

fascia un uomo che cammina – ferisce

la parete liquida, una luce feroce che

smarrisce il mio corpo nel racconto

di un destino comune e veloce. Da qui

si parte e non si torna – si sale spinti

su tavole sparse – si spezza il tempo

futuro che non si ricompone sulla mia

lingua rozza. E spruzza la montagna

quando rompe le acque e ha il vento

in poppa – chissà dove approda. Io

depongo le mie ossa in questa casa

lascio il sangue al vento – si miscela

con la bava del mare indifferente.

Se è lui a portarmi là, saprà anche

che io – arpionato – sono rimasto qua.

560A463E-B535-4C05-8740-FF0FACF855E8

Ricordi di Huruma

La storia di Aisha mi ha fatto tornare alla mente quegli stessi orizzonti. Anche io ho lavorato nell’Africa più reietta e marginale. Nel 2011 per qualche settimana ho fatto volontariato in una delle bidonville più feroci di Nairobi: Huruma, che anche Alex Zanotelli ricorda nel suo illuminante Korogocho: alla scuola dei poveri. Huruma significa, in swahili, “compassione”, “benevolenza”, “misericordia”: l’ironia è alla base della nomenclatura di questi luoghi d’inferno. Huruma è la bidonville che si trova di fronte alla immensa discarica di Korogocho, dove sopravvive un’umanità considerata residuale ma fondamentale per muovere un’economia in cui il capitale pone le sue fondamenta.
Era pericoloso entrare a Huruma, innegabilmente. Il bianco, il mzungu, è odiato, con ragione. Si concentra sul bianco, chiunque sia, la responsabilità della condizione infima a cui si è costretti, in quei luoghi che sono oltre la vergogna e il disprezzo dell’alterità. Uomini donne bambini accatastati in condizioni bestiali, se questo aggettivo limitante può essere utilizzato per rendere un’idea.
Questa è una poesia nata su quei ricordi.

Ricordi d’Huruma.

La terra rossa scava i miei occhi,
macchia i miei denti. La terra
rossa spolpa il mio teschio, mi
sparpaglia le ossa. Come non
sentire? Né ascoltare? Come
non aprirsi alla voce che battezza
al passaggio? Mzungu, mzungu
fin dove si arriva a camminare…
mzungu! Lascio lo sguardo al cielo,
incontro le nubi che non sono già
più come sono, come erano; sempre
diverse, lontane, distanti, nella
polvere che soffia come vento, nel
vento che s’impasta come pioggia.

A voce alta: la Costituzione della Repubblica di Užupis

41 articoli per riflettere su cosa potremmo diventare, magari, nel prossimo futuro. #Avocealta oggi vi leggo la Costituzione della Repubblica di Užupis, il quartiere degli artisti di Vilnius, diventato indipendente il 1 aprile 1997.

 

 

Biotumulo, una storia nera (Čërnaja byl’)

Quella di Černobyl’ è una storia che conosco da tanto. Io avevo neanche due anni quando, il 26 aprile 1986 alle ore 1 e 23 del mattino, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale, a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e 18 km da quella di Černobyl’, 16 km a sud del confine con la Bielorussia, esplose un reattore. Fu il più grave incidente nucleare mai verificatosi in una centrale nucleare, e uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES) dall’IAEA, insieme all’incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

Ma ne sentii parlare pochi anni dopo, in famiglia, quando i miei genitori decisero, assieme ad altre famiglie del paese, di aderire al progetto della sezione locale di Legambiente: accogliere per un mese, d’estate, alcune bambine e bambini, poi diventati ragazze e ragazzi, provenienti dalle zone martoriate dalle radiazioni, per portarli al mare e cercare di limitare i danni provocati alla loro tiroide. Lo stesso progetto fu fortemente voluto da un uomo eccezionale, un pittore miracoloso, Paolo Cimoni, che effettuò anche numerosi viaggi in quelle terre, dai quali trasse molte ispirazioni per i suoi dipinti, come quelli, meravigliosi, che ho usato in questo articolo: uno ritrae una vecchia contadina in attesa in un ambulatorio di campagna, l’altro una slitta che viene trainata e scivola su un deserto di neve.

Sono stati anni interessanti, nei quali trovai un fratello, Sasha, nei quali io non imparai una sola parola di russo e lui solo una manciata di parole in italiano, particolarmente quelle nazional-popolari; ma anni che sicuramente mi hanno aiutato nel cominciare a ragionare sulla necessità di confrontarsi sempre con qualsiasi alterità.

In questa quarantena mi è capitato di leggere Preghiera per Černobyl’ della giornalista e narratrice Premio Nobel Svetlana Aleksievič: testo che spezza il respiro e commuove nel profondo per la sua precisione documentaristica, la sua coralità di testimonianze e voci, la sua precisione di informazione, la sua poetica nascosta nelle parole dei martiri.

Dalla lettura di questo testo è nato questo mio piccolo contributo in versi.

Biotumulo, una storia nera (Čërnaja byl’)
(da “Preghiera per Černobyl’”, di Svetlana Aleksievič)

Gocciolava a terra il latte di una vacca –
nessuno lo raccolse – stillicidio di vita.
Il dosimetro crepitava e si inceppava: curie
e röntgen, misurazioni fin allora ignote.
La nostra storia è sofferenza, un lungo
rosario che diventò rifugio. Mio padre
tornò con in bocca la parola evacuazione.
Nelle gambe nei piedi nelle braccia. Negli
occhi sordi di futuro. Non avemmo più
il nostro angolo a cui tornare – avemmo paura
della pioggia della neve della foresta.
Pensammo di tornare – apparecchiammo la
tavola: del pane, il sale, tanti cucchiai quante
anime abitano nella casa abbandonata. Le
tante fotografie appese alle pareti, sempre
continuammo a pensarci lì – odore di cera.
Davanti alla casa, alla rimessa, lei si inchinò;
si inchinò davanti a ogni singolo albero di melo.
Sotterrammo la foresta, scavammo via terra
e buttammo i frutti sudati del lavoro. Di
trovare riparo dall’atomo, pensammo ingenui,
come ci si protegge dalle schegge delle
granate e degli obici dai proiettili dalle frecce.
Ma l’atomo occupa tutto lo spazio invisibile:
lo mangiammo lo respirammo le bevemmo.
Fummo uniti alla radiazione che scansò i sensi.
Pioggia leggera, in quell’aprile: gocce che
rotolavano come mercurio, mai viste prima.
L’acqua va dove vuole andare: non tiene
conto delle frontiere, delle radiazioni, l’acqua
conosce solo i suoi spazi: dilaga in superficie
e sotto terra, come sangue che sta sottopelle.
Il sangue è il nostro veleno, che ci impedì
l’amore: non sapevo che amare potesse
diventare una colpa. Sono forse colpevole
di amare? Il peccato primordiale, il peccato
di procreare… sopportiamo, come sempre
sopportiamo: più altro, non possiamo fare
perché ancora non esistono le parole. I
bambini allattamo con latte e cesio: tutte
Madonne di Černobyl’, alle quali fu proibita
la tragedia – spazio al solo eroismo, alla
fabbrica della propaganda: menzogne
su menzogne, mentre l’odore di carne marcia
avvelenava le notti e i giorni. I bambini
disegnarono (quante lacrime!) alberi capovolti,
con le radici all’aria, l’acqua dei fiumi rossa e gialla.
Arrivò in volo una cicogna – lei forse non
seppe – la Natura la chiamò – si affacciò uno
scarabeo: gioii di ogni cosa, allora, che ancora
era vita, che ancora continuava e continuò.

Bielorussia

La patria.

Lo lessi anni fa; forse troppo giovane. Il ricordo del romanzo si confuse con quello di Audrey Hepburn e del film.

Ma c’è un abisso tra i due: entrambi meravigliosi, ma ognuno a modo suo.

La narrazione del romanzo di Truman Capote è inarrestabile, meravigliosa, mozza il fiato ed è una scossa sottopelle, tellurica, incontenibile. La Holly Golightly del romanzo è una forza della natura, un concentrato di inarrestabile potenza; una divinità incontenibile.

Questo romanzo mi ha coinvolto e commesso. Una perla rara, una narrazione magnificente. L’ho riscoperto, fortunatamente. Da adesso, non me ne separerò mai.

“La patria è dove ci si sente a proprio agio. Io la sto ancora cercando”.
Holly Golightly

Sarajevo, il destino beffardo di Admira e Boško

“Non ti abbandono, neanche adesso che la nostra ombra si spezza e frana a terra. Non corro più, tanto a che serve? Rimango qui, accanto a te. Allungo il braccio, ti sfioro, pelle contro pelle, seguo il tuo profilo. Ti cullo, con la voce, ti sussurro una canzone. Le colline sono altissime, adesso: quanto abbiamo sognato di superarle, di poter fuggire al di là di tutto, per poter imparare a vivere. Che bello è stato anche solo pensare di poter essere più forti del destino. Ti chiamo, non mi rispondi. Un’ultima volta dico il tuo nome. Chissà dove sei; anche se ti vedo, due passi avanti a me. Mi trascino, con l’ultimo respiro so che ti conosco. Soffro nel perderti, perché so che ti sto perdendo. O forse ti ho già perso, chissà dove sei andato. Adesso tutto diventa ombra, anche per me. Non distinguo più una linea, la curva dolce del fiume. Un attimo di pace, un ultimo sforzo e ti abbraccio forte. Quasi mi allaccio al tuo corpo per non perderti più. Ti tengo forte, contro di me, e so che, così tanto, non ti ho mai amato.”

Otto giorni sotto il sole, abbandonati alla furia di un odio cieco e senza senso. Tutti potevano vederli, nei pressi del ponte di Vrbanja, vestiti dei loro jeans e le scarpe da tennis che indossavano come tanti altri ragazzi in ogni parte del mondo. Ma loro non abitavano in una qualsiasi città dell’Europa: Sarajevo, nel 1993, era una città assediata, insulsamente serrata in una morsa feroce. Le sue colline erano occupate da cecchini vigliacchi, senza volto e senza nome, che sparavano a chiunque si muovesse per le strade: senza criterio né pianificazione, ma con l’obiettivo non tanto di uccidere quanto di ferire e mutilare. Ancora di più, quello di terrorizzare una popolazione inerme, che si vedeva privata della quotidianità più necessaria ed essenziale. La guerra è anche umiliazione, tentativo neanche troppo difficile di condurre alla follia. E gli abitanti di Sarajevo furono per anni animali in gabbia, carni da macello, istituzionalizzati e ignorati da un’opinione pubblica che, nonostante la città fosse nel cuore dell’Europa, si ritenne esonerata dall’interessarsi delle sorti di questa terra e dei suoi abitanti.

Otto giorni rimasero esposti al sole, all’aria, al disprezzo degli assedianti e alla pietà degli assediati: Admira Ismić e Boško Brkić. Musulmana lei, serbo lui. Venticinque anni entrambi ed entrambi innamorati. Per il loro destino furioso, si sono meritati l’appellativo di “Romeo and Juliet in Sarajevo”, dal titolo di un documentario del canadese John Zaritsky: una concessione postuma – e beffarda – a un romanticismo posticcio e inutile. Si erano innamorati in un bar, i due ragazzi. Come due normali giovani cresciuti in una città di qualsiasi altrove. Come ogni giovane innamorato, non si erano chiesti se le loro religioni diverse, o le loro etnie, potessero essere un problema. L’amore non è condizionato da nulla, si alimenta da sé stesso, non ha pregiudizi né preclusioni. Si erano amati, mentre la guerra intorno cresceva e infuriava e l’assedio si faceva ora dopo ora, giorno dopo giorno sempre più feroce e senza speranza. Si erano concessi promesse, avevano iniziato a conoscersi, forse non avevano neanche avuto il tempo di litigare. Ma quale futuro ci poteva essere nella loro bella città sfregiata dai cecchini, dalle esplosioni, dal dolore ruggente dietro ogni angolo di casa? Nella fretta della loro giovane età volevano godersi il loro amore nella libertà complice, nelle possibilità sfrenate che il sentimento pretende, nella voglia di potersi concedere l’uno all’altra senza l’onere di una morte incombente. Vivevano nella parte musulmana della città, coi genitori di Admira; avrebbero voluto stare un po’ dai genitori di Boško, nella parte serba, per poi lasciare quel posto di morte, quella città affondata nel vortice dell’odio e drammaticamente dimenticata dal resto del mondo.

Persino attraversare un torrente però, in quei tempi scuri, era una follia insensata, un azzardo senza futuro. Decisero comunque di provare, Admira e Boško; fuggire da una città paralizzata, in preda alla follia più cieca, e appartenersi erano i loro unici interessi. Era il 18 maggio 1993; l’assedio di Sarajevo durava oramai da più di un anno e, all’orizzonte, non si profilavano soluzioni; all’opposto, diventava sempre più evidente come nonostante la sovraesposizione mediatica, il martirio di quelle regioni dei Balcani non interessasse nessuno. Si saranno detti Admira e Boško, prima di scattare nella corsa, che era un azzardo incredibilmente folle esporsi alla vista dei cecchini e tentare di attraversare il ponte Vrbanja? Proprio quello dove erano state sacrificate le prime due vittime di questa follia senza senso: Suada Diliberović, una studentessa bosgnacca, e Olga Sučić, una pacifista croata, anche loro fatalmente centrate da un anonimo cecchino. Chissà se credevano nel caso o nel destino, Admira e Boško. Perché con loro il caso fu inclemente e il destino ancora più brutale. I cecchini li videro, prevedibilmente, e altrettanto assurdamente li colpirono, sicuri e gelidi. Boško cadde subito, fulminato dal proiettile. Chissà quale fu l’ultima immagine, quale l’ultimo pensiero. Magari per Admira, o magari la morte fu troppo rapida persino per quello. Admira invece fu ferita ed ebbe il tempo e la fermezza di non abbandonare il suo amore. Si avvicinò al corpo di Boško, lo abbracciò e poi restituì il fiato, arrendendosi al prevedibile destino.

Otto giorni rimasero esposti, proprio sulla linea del fronte. Ad irrigidirsi nel normale percorso della morte. L’abbraccio che diventò una morsa, salda, a proteggersi. Nessuno riusciva a recuperarli: troppo furioso il fuoco incrociato, troppo rischioso avvicinarsi. Otto giorno prima di autorizzare un cessate il fuoco tra le parti. Furono recuperati dai soldati serbi e sepolti in fretta, sulle colline, sotto una semplice croce, perché la tregua non si sapeva quanto avrebbe resistito. Admira e Boško dovettero aspettare il 1996 per avere una tomba degna, altri tre anni a sfregiare la loro memoria. Sulla loro tomba, oggi, c’è la loro immagine incorniciata in un enorme cuore di granito, nel Lion Cemetery a Sarajevo, sulle pendici di quelle colline dalle quali, per loro, giunse spietata la fine. Di fronte al cimitero, il bar del loro amore, quello dove si incontrarono e si innamorarono. È tutto così vicino, in quella città: morte e amore, il futuro e la fine a distanza di pochi passi. Ancora oggi, dopo lunghi anni, i segni incancellabili della violenza; perché il corpo muore ma la memoria perdura. E, a ragione, incolpa tutti.

Fonti: In ricordo di Admira Ismić e Boško Brkić, in “Coordinamento nazionale per la Jugoslavia ONLUS”, http://www.cnj.it/documentazione/admirabosko.htm; Romeo e Giulietta riposano a Sarajevo, in “LaRepubblica.it” (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/04/10/romeo-giulietta-riposano-sarajevo.html?refresh_ce), 10 aprile 1996; Maria Serena Natale, Romeo e Giulietta a Sarajevo, una canzone vent’anni dopo, in “Solferino 28 anni” (http://solferino28.corriere.it/2013/06/07/romeo-e-giulietta-a-sarajevo-una-canzone-ventanni-dopo/), 7 giugno 2013; Andrea Gagliarducci, La guerra a Sarajevo ha ucciso anche “Romeo e Giulietta”, in “Acistampa” (http://www.acistampa.com/story/la-guerra-a-sarajevo-ha-ucciso-anche-romeo-e-giulietta-0722), 6 giugno 2015.

Pedro e Muño, vi dichiaro marito e marito.

Ti prendo la mano e non te la lascio andare. Te la tengo stretta perché solo tu mi importi. Solo tu sai tutto di me, e te lo conservi sicuro e al riparo dalle molestie altrui. Ti stringo la mano e ti guardo negli occhi; lo sguardo diretto e senza dubbio alcuno. Intreccia le tue dita alle mie, assieme camminiamo, fieri e senza timore. Io mi chiamo Pedro, tu Muño; e non è un problema, lo sarà soltanto molti anni dopo. Ma adesso non ci preoccupiamo, non ci chiediamo nulla. Qui, adesso ci abbracciamo, ci regaliamo i nostri beni, le nostre visioni, gli orizzonti che saranno più comuni; e basta, adesso rimani in silenzio e non dire più nulla, perché qua attorno è tutta una festa; tutto un tripudio per un amore come il nostro…

È il 16 aprile 1061. Chissà se c’era il tramonto, a Rairiz de Veiga, un comune della Galizia spagnola? Poco più di 140 chilometri a sud di uno dei luoghi più religiosi del mondo, il monastero di Santiago de Compostela. Coordinate, più o meno queste: 42°04′59.16″N 7°49′55.92″W. Poche case, un paesaggio forse quasi spopolato. Chissà se era invece l’alba o il tardo pomeriggio? C’è del movimento attorno a una piccola cappella di campagna. In realtà, non si sa granché del modo in cui accadde, ma un documento ritrovato al Monastero di San Salvador de Celanova (e oggi conservato all’Archivo Histórico Nacional di Madrid), svela che due uomini contrassero un matrimonio cristiano cattolico, correttamente officiato da un prete, all’interno di un luogo consacrato al culto. Lo fecero senza nessun trucco né fingendosi altri se non loro stessi.

Si chiamavano Pedro Díaz e Muño Vandilaz.

Come potevano essere ce lo immaginiamo solamente. Magari giovani e bellissimi; oppure anziani e acciaccati d’età e di dolori per la troppa vita vissuta. Chissà. Quest’assenza di dati e di informazioni li rende ancora più affascinanti ai nostri occhi di curiosi spettatori lontani. Sappiamo che vivevano assieme, vicino alla Chiesa di Santa María de Ordes. Chissà i commenti, le maldicenze, le dicerie feroci, come quelle dei nostri pianerottoli e dei nostri cortili. O forse no, neanche: perché se fu loro possibile sposarsi in chiesa, di fronte alle statue di santi e sante di Dio, con un prete a officiare, magari era tutto normale, tutto piuttosto ordinario. Era consuetudine o il loro fu permesso speciale? Anche questo non ci è possibile dirlo. Chissà la gente, la partecipazione; o forse una cerimonia riservatissima, pochi occhi e ancor meno mani per un momento così vitale. Anni dopo, persino eroico.

Probabilmente, rovinando un po’ l’idea più romantica possibile, si trattò di una cerimonia di adelphopoiesis, ovvero di “gemellaggio” (hermanamiento, in spagnolo) con la quale, secondo forme uguali al matrimonio, di univano in un rapporto stretto due persone, anche uomini. Un rapporto principalmente incentrato sulla condivisione, messa per iscritto e pertanto diventata un contratto da rispettare, di tutti gli aspetti della vita di ognuno, dalle attività quotidiane al cibo, dai vestiti alla casa, consegnandosi reciprocamente come “amicos bonos cum fide et veritate”, “buoni amici con fedeltà e verità”, più o meno. Si impegnavano anche a mantenere le stesse amicizie e a conservare le stesse inimicizie: come a dire che anche in questo campo l’unione non può venir meno, a prescindere da tutto il resto.

Ma, in definitiva, il matrimonio che cosa è se non un contratto, legalmente vincolante, più che un’impresa d’amore? Altrimenti dovrebbe finire assieme al sentimento. Durando “finché morte non vi separi” non significa che la morte pone fine all’affetto, ma che pone fine al valore legale di un atto. Sicché, se il matrimonio è “solo” un contratto – un contratto che però stabilisce e garantisce dei diritti altrimenti ferocemente inesistenti – che importanza può avere chi lo stipula? Pedro e Muño lo fecero e chissà, magari sono stati gli uomini più felici che la storia dell’umanità ricordi.

Fu Carlos Callón, professore di lingua e letteratura galiziana, a scoprire i loro nomi e la loro storia, parlandone nel libro Amigos e sodomitas: a configuración da homosexualidade na Idade Media, edito nel 2011 e vincitore dell’importante Premio Vicente Risco de Ciencias Sociais: “Analizzo – sue, le parole – come si costruisce il pregiudizio anti omosessuali, come si crea l’idea di sodomia e come si converte in peccato qualcosa che non lo era stato per i primi mille anni del Cristianesimo”.

In Spagna, arriverà poi il 2005. Il governo Zapatero. Un anno epocale. La crisi era prossima ma nessuno ne sospettava l’abbattersi furioso. La Spagna era una delle nazioni europee più forti e in ascesa. Il sogno sarebbe durato poco, però in quel 2005 l’attenzione del mondo fu catturata per un altro motivo: la legge 13/2005, del 1° luglio, con cui si decretava che «Il matrimonio avrà gli stessi requisiti e gli stessi effetti quando entrambi i coniugi siano dello stesso sesso». Da allora, tantissime coppie si sono sposate, sottoscrivendo quel contratto, impossessandosi di quei diritti umani che dovrebbero spettare a tutti; altrimenti sono privilegi. Nonostante questo, la Spagna esiste ancora e con la Spagna esiste il popolo spagnolo, per nulla annientato da qualche presunta (e invocata) ira divina.

Fonti:
Carlos Callón, Amigos e sodomitas: a configuración da homosexualidade na Idade Media, Sotelo Blanco, Santiago de Compostela 2011
M.J.A., El primer matrimonio homosexual de Galicia se ofició en 1061 en Rairiz de Veiga, da http://www.farodevigo.es, 27 febbraio 2011
Miguel Magdalena, Versos por el primer matrimonio homosexual de Galicia, da www.elmundo.es, 13 aprile 2011

ROCKALL, quattro nomi per un nulla.

“Non c’è posto che per gli uccelli migratori, che scivolano da un punto all’altro della terra. Il vento soffia e schiaffeggia i destini: una natura che si ribella all’uomo e alla sua scandalosa presenza. Nessuno metterà una bandiera sul mio essere terra indipendente, sulla mia presunzione di innocenza. Sarò solo luogo di terra e vento, colorato dei colori del sole, bagnato da un mare dissente al dominio. La vita sarà indipendente al contatto delle rotte che qua vicine passano, mi tangono, ma mai mi sfiorano decise. Sempre qua sto, assecondando le mie leggi e le mie leggi solamente, senza che nessuno possa impormi niente più di un pensiero di possesso. Ma io resisto”.

“There can be no place more desolate, despairing and awful.”. Così descrisse Rockall Lord Kennet, nel 1971. È una luogo di disastri, Rockall. Le sue coordinate (57°35’48”N 13°41’19”W) bucano la mappa in una specie di non luogo. Affonderebbero nelle acque dell’oceano se non fosse per uno scoglio, la punta di un vulcano, una roccia affiorante di 27 metri di diametro per 570 mq di superficie. Un luogo appena disponibile per l’appoggio degli uccelli. Per una precaria baracca di legno, se ci fosse mai bisogno dell’umanità perfino qua sopra. Anche se, in effetti, qualcheduno ci è arrivato, tempo fa. Qualcheduno ha preteso di conquistarla, di dirla propria, come se fosse una sciocca scommessa, o la pretesa dell’ennesima proprietà: negli anni Cinquanta la Gran Bretagna ha il terrore che la Russia possa usarlo come punto di osservazione per una supposta guerra nucleare e così decide di occuparla. Nel 1955 manda un contingente di tre uomini guidati da Desmond Scott, tenente della Royal Navy. Gli uomini innalzarono la Union Jack e cementarono una targa: “Con l’autorità di Sua Maestà la Regina Elisabetta II, per grazia di Dio del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e dei suoi altri regni e territori, la Regina, Capo del Commonwealth, Difensore della Fede, ecc, ecc, ecc e in conformità con le istruzioni di Sua Maestà in data 14.9.55 un atterraggio è stato effettuato oggi su questa isola di Rockall. La bandiera dell’Unione è stata issata e il possesso dell’isola è stato preso in nome di Sua Maestà. 18 settembre 1955.” Nel 1972, in seguito, l’Isle of Rockall Act sancì unilateralmente l’annessione dello scoglio alla Scozia, e in particolare alla contea di Inverness. Ma alla fine, ratificando la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, del 1982, anche il Regno Unito ha dovuto fare un leggero passo indietro: “Gli scogli che non possono sostenere l’abitazione umana o la vita economica della loro possedere né la zona economica esclusiva o piattaforma continentale”.

Sempre con l’autorità si crede di potersi appropriare dei luoghi. Ma Rockall è diverso; prima di tutto perché è più simile a un non-luogo. E poi perché nonostante rischi di essere un non-luogo ha ben quattro nomi: Rockalldrangur in islandese, Rocal o Rocabarraigh in irlandese, Sgeir Rocail in gaelico scozzese, Rockall o Rokkurin in faroese. Come quattro sono le nazioni che si contendono questa roccia scoscesa, inospitale, totalmente inutile se non alla natura. Le onde ci si infrangono addosso, spezzando le linee del masso, sbriciolandone i fianchi lentamente. È una “roccia che ruggisce”, come significa il suo nome in gaelico scozzese. E il ruggito è l’urlo del vento e il fragore del mare che in pieno Oceano Atlantico non hanno limiti né barriere. Sprofondato nel mare più aperto, distante da ogni altra terra nota: 301 chilometri dall’Isola scozzese di Soay e 424 chilometri dal Donegal irlandese. Terra persino di romanzi e di storie al limite della fantascienza, come quella descritta da T. H. White in The Master, nella quale due ragazzini, Judy e Nicky, assieme al loro cane, naufragano sullo scoglio dove trovano un uomo misterioso che progetta la conquista del mondo.

Rockall è un luogo di disastri, come se fosse complice del destino o di un ben più feroce caso. Naufragi su naufragi si sono sommati vicino alle sue scoscese rocce, senza offrire nessun aiuto. Sfugge il conto, anche perché la zona è come fosse minata, con altri scogli e rocce, come l’Hasselwood Rock appena affiorante sotto il pelo della schiuma del mare, a formare un percorso a ostacoli micidiale. 250 furono i morti nel naufragio di un mercantile spagnolo, diretto a New York, che qui si incaglia il 22 agosto, più o meno dove, un secolo dopo, affonderà la Leonidas, una nave oceanografica. Sarà invece il brigantino Helen of Dundee, partito alla volte del Québec, nel 1824, a dare tutto il nome alla zona, naufragando in quella che poi è stata battezzata come Helena’s Reef. Il racconto della tragedia dà i brividi: “The crew left most of the passengers to drown, including seven women and six children”. E poi la grandissima sciagura, quella che riguarda, come sempre, gli emigranti, i poveri che cercano un futuro migliore in un altrove improbabile, che spesso mai arriva: è il 1904 quando la SS Norge, nave di 3318 tonnellate, diretta da Copenaghen a New York, affonda, portandosi con sé, nell’ignoto dell’oceano e della memoria, 635 persone, sulle 795 a bordo; 240 erano bambini e 225 norvegesi; perché il dramma dell’emigrazione ha sempre riguardato un po’ tutti, nessun escluso. Anche la Seconda guerra mondiale ha lasciato le sue tracce, pur così lontano dai campi di battaglia: ha seppellito lì vicino due bombe, mai esplose, che ancora giacciono laggiù, come ricordo dell’assurda pretesa umana di dominio estremo.

Fonti: T. H. White, The Master: An Adventure Story, 1957; G. S. Holland, R. A.Gardiner, The First Map of Rockall, in The Geographic Journal, v. 141, n. 1 (March 1975); Owen Bowcott, Who owns Rockall? A history of legal and diplomatic wrangles, in TheGuardian.com, 30 maggio 2013; http://www.rockallsolo.com/index.html.

Hay-on-Wye, libri come fiori

“Da qua non mi muovo. Tutt’attorno c’è l’azzurro cielo, il verde erba, il grigio delle mura salde di case e stanze, il bianco opaco delle pecore Llanwenog che solo qui si vedono. E poi tanti altri colori, un caleidoscopio: non fiori, ma costole di libri. A migliaia. A colorarmi l’orizzonte e persino lo spazio un po’ lontano, oltre quei ponti di pietra che con estrema calma guadano il Wye, diretto chissà dove”.

Alle coordinate 52°04’48”N 3°07’48”W c’è vicinissimo un confine. Quello tra Galles e Inghilterra. Nella Contea di Powys, a un tiro di schioppo dalle brughiere inglesi, ci si imbatte in Hay-on-Wye, che in gaelico diventa Y Gelli: un paesino di altalenanti 1500 abitanti, definita “Woodstock of the mind” da nientemeno che Bill Clinton. La caratteristica del posto, ovviamente, sono proprio i libri: le librerie, piuttosto. Ce ne sono ben 40. Per un paese come il nostro in eterna carenza di lettori e librerie è un numero che dà il capogiro.

I libri insegnano sempre, anche quando non si aprono. Alle più tradizionali librerie, con scaffali e magari poltrone dove sedersi, sorseggiando un tè e sfogliando l’ultimo libro uscito, si affiancano le librerie più “di frontiera”, quelle con mensole improvvisate e provvisorie, con i libri accatastati distrattamente in un angolo, con un’intera collettività a farsene garanti. Ma ecco che una delle più importanti, tra tutte queste librerie, o almeno quella che ne diventa l’emblema e il prototipo, è la Honesty Bookshop, nei giardini del castello: scaffali di libri aperti all’aria e al tocco, disponibili a esser presi sfogliati letti e comprati. Al fondo, una cassettina, tipo postale, con sopra scritto, a mano: “Money. Please, pay here”. Due frecce disegnate col gesso bianco; e basta. Senza che nessuno controlli o vigili. Perché non si può rubare un libro. Nessuna competizione, in paese; nessuno scontro. Promuovere il libro è un dovere, un obbligo morale, un bisogno inevitabile di coscienza. Molti remainders, volumi antichissimi, edizioni introvabili. Il paradiso di chi ama la lettura vintage e passerebbe la vita a frugare scartabellare curiosare rovistare tra vecchie pagine e copertine ingiallite. Come me, insomma, che di queste cose ne ho fatto un destino.

Non poteva, in questo contesto, non nascere un festival; ogni maggio, centinaia di migliaia di persone (sui 500.000) accorrono nelle viuzze di Hay-on-Wye, solamente per i libri. Prima edizione, 1988. Adesso addirittura patrocinata da The Guardian. L’Hay Festival, che ha un sito ricchissimo, un’organizzazione tentacolare, una partecipazione commovente. Tutti dettagli che fanno impallidire i nostri inutilmente chicchissimi festival. “For 10 days in May, Hay is full of stories, ideas, laughter and music”. E libri, ovviamente, il terreno fertile per tutto il resto: non serve molto altro.

Ma Hay-on-Wye ha anche un re. Un re culturale, diciamo, che non ha nulla a che vedere con potere e pretese di ereditarietà. Si è auto-incoronato tale, qualche anno fa, nel 1977, il fondatore morale di questo sogno che sul mappamondo ha nome Hay-on-Wye: Richard Booth. Proclamò Hay-on-Wye principato autonomo, addobbandosi persino di tutto punto: corona (di cartone), scettro (di ferro, magari), mantella (di finto ermellino). Trovata pubblicitaria, magari, ma che sortì nel suo effetto di convogliare l’attenzione di parecchio mondo in questo piccolo borgo poco lontano dal parco di Brecon Beacons. Troppo facile a definirsi eccentrico (ma sicuramente lo fu), nel 1961, a 23 anni, Booth aprì il primo negozio di libri, in una caserma dei pompieri dismessa, e decise di convincere altri suoi concittadini e amici a fare altrettanto. Verrebbe da dire che Booth ha vanificato ogni regola di buonsenso sul libero mercato e la competitività, però probabilmente dei soldi a Booth non fregava nulla, e non c’è stato modo migliore per dimostrarlo.

Dall’altra parte del mondo c’è Timbuctu, sede della più antica (ed enorme) biblioteca islamica del mondo. Le due città sono gemellate, senza pregiudizi né paranoie. Potere della cultura. Dentro Hay-on-Wye ci sono librerie per tutti i gusti e i sapori: Stella & Rose’s Books, luogo di caccia per volumi rari e illustrati per bambini; oppure Hay Cinema Bookshop con gli scaffali all’aria e al cielo; o ancora Francis Edwards, aperta ben dal 1885! Chi ama i gialli e i noir deve puntare inevitabilmente su Murder and Mayhem mentre chi ama la natura e la botanica non può evitare C. Arden Bookseller. Infine, la poesia, di ovunque, in ogni lingua, da ogni parte di mondo, che satura The Poetry Bookshop.

Hay-on-Wye rappresenta forse l’idea piuttosto rivoluzionaria che un libro appartenga a tutti; e che tutti possano usare un libro. Perché la conoscenza è alla portata di tutti e che tutti ne possono usufruire anche in un parco, immersi nell’erba di un giardino, camminando lungo una strada fiancheggiata da negozi, oppure sfogliandolo dentro una libreria, che non è un supermercato di titoli inutili ma un luogo privilegiato di conoscenze e di storie, di parole e di geografie, di contatti e di scambi di idee e opinioni. Ecco tutto qua il potere salvifico della cultura. Come in un pellegrinaggio, a Hay-on-Wye.

Fonti: Annamaria Giannetto Pini, Hay-on-Wye, Galles: la città dei libri usati, in ViaggiNelMondo.net, 10 febbraio 2015; Sara Merlino, Vieni a prendere un tè da Honesty Bookshop: la libreria a cielo aperto, in eHabitat.it, 8 maggio 2015; La Redazione, 1800 abitanti e ben 40 librerie. La storia di un luogo unico al mondo, in IlLibraio.it, 10 maggio 2015; Ida Bini, Galles: a Hay-on-Wye, il paradiso dei libri usati, in Ansa.it, 14 maggio 2015.

VAROSIA, dove il tempo ha avuto paura

“Prendi la tua ombra e scappa. Scappa lontano. Lascia tutto qua, piatti, libri, vestiti. Non importa chiudere le finestre, tanto torneremo presto. Le porte, lasciale pure spalancate all’aria della notte. Cipro è calda, nessuno si raffredderà. Non abbiamo un attimo per guardare indietro, per serrare i nostri luoghi in difesa di un domani che chissà quando verrà. Lascia pure tutto qua, il piatto, il bicchiere riempito di vino, il cucchiaino di zucchero a sciogliersi nel caffè. Quegli armadi pieni di vestiti, queste spiagge, lontane, che così tanti turisti richiamavano da ogni altro altrove. Lascia ogni tuo luogo, ogni tuo ricordo deposto negli angoli delle stanze, su quei vetri ai quali aspettavi il suo ritorno. Lascia la porta aperta agli uccelli che migrano, che da qui passano e poi, chissà quando, ritornano”.

A 35°07′09″N 33°57′10″E ci troviamo sull’isola di Cipro, terra mitica e leggendaria, sulle cui coste la leggenda narra che sia nata Afrodite, la dea della bellezza. E Cipro di bellezza ne possiede tanta, orgogliosamente. Una bellezza di arte e di storia, di incontri e di crocevia, di natura e di paesaggi. Come Famagosta, l’eroica città che fu più volte assediata e conquistata, che porta ancora oggi le tracce dei suoi tanti passati e dove la leggenda vuole che Shakespeare ambientasse il suo “Otello” tanto famoso. Ma Famagosta è anche una significativa prova, evidente, del dramma di Cipro; quello che dagli anni ’70, e in particolare dal 1974, portò a una divisione dell’isola, a una separazione che ancora ferisce e taglia un popolo e una terra. Nel 1974 l’esercito turco assaltò l’isola, la conquistò, spingendosi fino alla Linea Attila, che ancora oggi è il confine interno, e la occupò, tracciando una linea immaginaria tra due comunità e due territori uniti. Persino la capitale, chiamata a seconda da chi la pronuncia Lefkosia o Lefkoşa, è tutt’ora l’unica capitale al mondo divisa in due da un confine, da un’assurda linea tracciata chissà con quali criteri, con un check point da attraversare per passare da una parte all’altra. Tra le due parti, una striscia di nessuno, una terra che non conosce proprietario ma che è pattugliata dalle Forze peacekeeping dell’ONU.
È alla periferia di Famagosta, tuttavia, che sta, abbandonata e sola, la prova più tangibile, la testimonianza più angosciosa, di questo dramma di cui non si profila soluzione: Varosia. Varosia è il quartiere dei greco-ciprioti di Famagosta. Piuttosto, fu. Oggi quel che rimane è un’agghiacciante città fantasma, chiusa in metri di rete e filo spinato, soffocata da piante e fichi d’India, che si sono impadroniti di quelli che una volta furono cortili e giardini, stanza e salotti, cucine gonfie di odori e camere da letto di sogni notturni. È anche un lungomare spettrale, popolato da alberghi svettanti ma vuoti, ciechi di vita e di turismo: pensare che, prima degli anni ’70, quelle spiagge erano tra le più ricercate dell’isola, meta di un turismo ricco e spendaccione. Sono ecomostri, e lo erano anche prima, ma oggi, lasciati alla dissoluzione progressiva degli agenti atmosferici, con persino le macchine ancora parcheggiate nei garage sotterranei, sono ancora più spettrali e lugubri. Anche in quei giorni del 1974, ignari di ciò che si sarebbe abbattuto sull’isola di lì a poco, i turisti popolavano le stanze lussuose di questi alberghi, formicolando sulle spiagge e sguazzando nelle acque di uno splendido Mediterraneo. Alla notizia dell’invasione, però, non ci fu tempo neanche per pensare: tutti in fuga, uno dietro all’altro, senza il tempo di salire nelle proprie stanze per prendere l’indispensabile; una fuga rovinosa in ciabatte, a piedi, lasciando colazioni nei piatti, le macchine parcheggiate, gli ombrelloni e le sdraio aperte sull’arenile. Tutto, oggi, è ancora lì. Le lenzuola nei letti, gli avanzi delle colazioni nei piatti, i fiori secchi nei vasi, qualche ombrellone ancora a fare ombra su una spiaggia deserta, le chiavi delle stanze sui banconi, il registro delle presenze aperto a una data oramai storica, l’agosto del 1974. È così, in queste condizioni, è tutto il resto del quartiere di Varosia: completamente disabitata, ogni casa deserta e ferma, immobile, in un tempo che ha avuto paura e non è più tornato, non ha più ricominciato a muoversi.
Varosia è testimonianza feroce di quel che possono fare l’incapacità e la stupidità umane. La Storia racconta, infatti, che fu un generale inglese, presa una cartina di Cipro, a tracciare una linea verde, per segnare le due zone di influenza sull’isola, tra turchi e greci. Varosia non era stata compresa nella parte turca, sarebbe dovuta rimanere ai greco-ciprioti che lì lavoravano negli spettacoli e nei lussuosi alberghi. Ma i turchi non rispettarono gli accordi e in quel 1974 si affondarono ben oltre la linea verde. Gli abitanti di Varosia, insieme ai turisti, alla notizia devastante dell’avanzata dell’esercito turco, se ne andarono precipitosamente, abbandonando le loro case. Si dice che le lampadine siano rimaste accese per settimane, fino a esaurirsi; si dice che tutt’oggi ci siano i tavoli lasciati apparecchiati per una fuga così inattesa e irreversibile. Oggi, è un pezzo di Cipro ancora deserto, lasciato così forse come monito forse come ostaggio forse come rimorso. Raccontarlo è ben diverso dal vederlo: la vista di queste case getta un’ombra di profonda angoscia, di ansia, di precarietà esistenziale. Tutto, a Varosia, è fermo a quarant’anni fa, anche se si può soltanto gettare una svelta occhiata per cogliere qualcosa. Minacciosi cartelli, infatti, ribadiscono (e un po’ spaventano) che nella zona è assolutamente proibito entrare e che non si possono scattare foto. Off limits, per ragioni che forse si basano solo su un senso di colpa difficile da emendare.
Ma qualcheduno è tornato, su quelle spiagge, rispettando un antico patto istintivo e cromosomico. Sono tornate le tartarughe. Loro, almeno, tornano sull’arenile, depongono le uova e ripartono, confidando che il caso sia clemente coi loro figli; i quali, a loro volta, torneranno sulla stessa spiaggia a consegnare al futuro i loro cuccioli. Una parte di mondo, insomma, perduta dagli uomini ma riconquistata dalla natura e dalle sue antiche leggi.

Varosia

Fonti: Lara Gusatto, Il brivido caldo delle ghost-town, in LaRepubblica.it Viaggi, 3 febbraio 2011; Richard Hooper and Vibeke Venema, Varosha: The abandoned tourist resort, in BBC News Magazine, 14 gennaio 2014; Alessio Grosso, Appello ai Turchi per Varosha, la Riccione fantasma di Cipro: salvatela!, in MeteoLive.leonardo.it, 27 febbraio 2014; Vesna Marić, Cipro, Lonely Planet, 2015