Biotumulo, una storia nera (Čërnaja byl’)

Quella di Černobyl’ è una storia che conosco da tanto. Io avevo neanche due anni quando, il 26 aprile 1986 alle ore 1 e 23 del mattino, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale, a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e 18 km da quella di Černobyl’, 16 km a sud del confine con la Bielorussia, esplose un reattore. Fu il più grave incidente nucleare mai verificatosi in una centrale nucleare, e uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES) dall’IAEA, insieme all’incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

Ma ne sentii parlare pochi anni dopo, in famiglia, quando i miei genitori decisero, assieme ad altre famiglie del paese, di aderire al progetto della sezione locale di Legambiente: accogliere per un mese, d’estate, alcune bambine e bambini, poi diventati ragazze e ragazzi, provenienti dalle zone martoriate dalle radiazioni, per portarli al mare e cercare di limitare i danni provocati alla loro tiroide. Lo stesso progetto fu fortemente voluto da un uomo eccezionale, un pittore miracoloso, Paolo Cimoni, che effettuò anche numerosi viaggi in quelle terre, dai quali trasse molte ispirazioni per i suoi dipinti, come quelli, meravigliosi, che ho usato in questo articolo: uno ritrae una vecchia contadina in attesa in un ambulatorio di campagna, l’altro una slitta che viene trainata e scivola su un deserto di neve.

Sono stati anni interessanti, nei quali trovai un fratello, Sasha, nei quali io non imparai una sola parola di russo e lui solo una manciata di parole in italiano, particolarmente quelle nazional-popolari; ma anni che sicuramente mi hanno aiutato nel cominciare a ragionare sulla necessità di confrontarsi sempre con qualsiasi alterità.

In questa quarantena mi è capitato di leggere Preghiera per Černobyl’ della giornalista e narratrice Premio Nobel Svetlana Aleksievič: testo che spezza il respiro e commuove nel profondo per la sua precisione documentaristica, la sua coralità di testimonianze e voci, la sua precisione di informazione, la sua poetica nascosta nelle parole dei martiri.

Dalla lettura di questo testo è nato questo mio piccolo contributo in versi.

Biotumulo, una storia nera (Čërnaja byl’)
(da “Preghiera per Černobyl’”, di Svetlana Aleksievič)

Gocciolava a terra il latte di una vacca –
nessuno lo raccolse – stillicidio di vita.
Il dosimetro crepitava e si inceppava: curie
e röntgen, misurazioni fin allora ignote.
La nostra storia è sofferenza, un lungo
rosario che diventò rifugio. Mio padre
tornò con in bocca la parola evacuazione.
Nelle gambe nei piedi nelle braccia. Negli
occhi sordi di futuro. Non avemmo più
il nostro angolo a cui tornare – avemmo paura
della pioggia della neve della foresta.
Pensammo di tornare – apparecchiammo la
tavola: del pane, il sale, tanti cucchiai quante
anime abitano nella casa abbandonata. Le
tante fotografie appese alle pareti, sempre
continuammo a pensarci lì – odore di cera.
Davanti alla casa, alla rimessa, lei si inchinò;
si inchinò davanti a ogni singolo albero di melo.
Sotterrammo la foresta, scavammo via terra
e buttammo i frutti sudati del lavoro. Di
trovare riparo dall’atomo, pensammo ingenui,
come ci si protegge dalle schegge delle
granate e degli obici dai proiettili dalle frecce.
Ma l’atomo occupa tutto lo spazio invisibile:
lo mangiammo lo respirammo le bevemmo.
Fummo uniti alla radiazione che scansò i sensi.
Pioggia leggera, in quell’aprile: gocce che
rotolavano come mercurio, mai viste prima.
L’acqua va dove vuole andare: non tiene
conto delle frontiere, delle radiazioni, l’acqua
conosce solo i suoi spazi: dilaga in superficie
e sotto terra, come sangue che sta sottopelle.
Il sangue è il nostro veleno, che ci impedì
l’amore: non sapevo che amare potesse
diventare una colpa. Sono forse colpevole
di amare? Il peccato primordiale, il peccato
di procreare… sopportiamo, come sempre
sopportiamo: più altro, non possiamo fare
perché ancora non esistono le parole. I
bambini allattamo con latte e cesio: tutte
Madonne di Černobyl’, alle quali fu proibita
la tragedia – spazio al solo eroismo, alla
fabbrica della propaganda: menzogne
su menzogne, mentre l’odore di carne marcia
avvelenava le notti e i giorni. I bambini
disegnarono (quante lacrime!) alberi capovolti,
con le radici all’aria, l’acqua dei fiumi rossa e gialla.
Arrivò in volo una cicogna – lei forse non
seppe – la Natura la chiamò – si affacciò uno
scarabeo: gioii di ogni cosa, allora, che ancora
era vita, che ancora continuava e continuò.

Bielorussia

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