DanteDì: il canto V del Purgatorio

Delle tre cantiche, quella che mi ha sempre affascinato di più è sicuramente il Purgatorio. Una cantica bistrattata, solitamente; che anche a scuola si tendeva a fare in maniera frettolosa ed esclusivamente come ponte tra quella più appassionante, l’Inferno, e quella più dottrinale, il Paradiso. Ma il Purgatorio non è un momento trascurabile, nel cammino di Dante. Sia perché è un’invenzione tutta medievale, il purgatorio, che Dante porta a una teorizzazione completa e compiuta, sia perché è la cantica che più riguarda l’uomo nella sua dimensione più totale e completa. Nel Purgatorio c’è l’umanità intera, con i suoi limiti, i suoi dubbi, i suoi talenti, le sue ricchezze e le povertà. Il Purgatorio è il luogo dove l’uomo non si è ancora separato definitivamente dalla sua dimensione terrestre, fisica e carnale. All’Inferno stanno le anime che non avranno mai redenzione, in Paradiso quelle che hanno avuto la salvezza e che non hanno nessun altro pensiero – o quasi – se non nel godimento della contemplazione del volto di Dio. Nel Purgatorio, invece, ci sono delle anime che, seppur destinate alla redenzione, devono ancora scontare un periodo di attesa, che dipende in gran parte da quante preghiere verranno recitate nella terra dei vivi da coloro che si ricorderanno del morto. Ecco allora che è tutto un canto disperato, una raccomandazione feroce, a Dante, di parlare di loro, una volta che sarà tornato sulla terra, di far conoscere i loro nomi, di far sapere a tutti il loro destino e la loro storia. Continuano ad aver bisogno della loro narrazione, per poter continuare a sperare. Esattamente come ne abbiamo bisogno tutti, in tempi di quarantena e no. Le parole delle anime del Purgatorio sono dominate da una nostalgia per nulla celata del loro corpo, spesso maltrattato e violato, per il quale sentono un distacco feroce e straziante. Il corpo manca, più di tutto. E sul corpo loro si ostinano a parlare, a discutere. Esattamente come le anime che Dante incontra nel V del Purgatorio: anime che si sono pentite in punto di morte ma che hanno nostalgia di un corpo che è stato tolto loro dalla violenza, dalla tortura, come ultimo sfregio alla loro vita cessata. L’ultima delle anime che si presenta a Dante è quella della Pia de Tolomei. Una figura a cui io sono sentimentalmente legato, sia perché la sua storia è ambientata nel mio comune maremmano, quello di Gavorrano, dove pare che lei sia morta, sia perché è uno dei ritratti più belli che Dante abbia mai dipinto durante la narrazione della Commedia. In soli nove versi, con uno spazio infinitamente ridotto rispetto alla descrizione che fanno le due anime precedenti, condensa la sua storia senza svelare troppo ma caricandola, per questo, ancora di più di un senso di nostalgia e di strazio, di rimorso e di dolore. Ci fa solo supporre, Pia, cosa sia accaduto veramente, non ci dà nessuna certezza. Ma la sua richiesta, che presenta subito a Dante, senza neppure presentarsi, è quella straziante di esser ricordata, sulla terra dei vivi; di non essere consegnata all’oblio, perché sarebbe l’ennesimo affronto, arrecato non solo a lei, ma anche al suo corpo che così tanto, ingiustamente, soffrì.