Sarajevo, il destino beffardo di Admira e Boško

“Non ti abbandono, neanche adesso che la nostra ombra si spezza e frana a terra. Non corro più, tanto a che serve? Rimango qui, accanto a te. Allungo il braccio, ti sfioro, pelle contro pelle, seguo il tuo profilo. Ti cullo, con la voce, ti sussurro una canzone. Le colline sono altissime, adesso: quanto abbiamo sognato di superarle, di poter fuggire al di là di tutto, per poter imparare a vivere. Che bello è stato anche solo pensare di poter essere più forti del destino. Ti chiamo, non mi rispondi. Un’ultima volta dico il tuo nome. Chissà dove sei; anche se ti vedo, due passi avanti a me. Mi trascino, con l’ultimo respiro so che ti conosco. Soffro nel perderti, perché so che ti sto perdendo. O forse ti ho già perso, chissà dove sei andato. Adesso tutto diventa ombra, anche per me. Non distinguo più una linea, la curva dolce del fiume. Un attimo di pace, un ultimo sforzo e ti abbraccio forte. Quasi mi allaccio al tuo corpo per non perderti più. Ti tengo forte, contro di me, e so che, così tanto, non ti ho mai amato.”

Otto giorni sotto il sole, abbandonati alla furia di un odio cieco e senza senso. Tutti potevano vederli, nei pressi del ponte di Vrbanja, vestiti dei loro jeans e le scarpe da tennis che indossavano come tanti altri ragazzi in ogni parte del mondo. Ma loro non abitavano in una qualsiasi città dell’Europa: Sarajevo, nel 1993, era una città assediata, insulsamente serrata in una morsa feroce. Le sue colline erano occupate da cecchini vigliacchi, senza volto e senza nome, che sparavano a chiunque si muovesse per le strade: senza criterio né pianificazione, ma con l’obiettivo non tanto di uccidere quanto di ferire e mutilare. Ancora di più, quello di terrorizzare una popolazione inerme, che si vedeva privata della quotidianità più necessaria ed essenziale. La guerra è anche umiliazione, tentativo neanche troppo difficile di condurre alla follia. E gli abitanti di Sarajevo furono per anni animali in gabbia, carni da macello, istituzionalizzati e ignorati da un’opinione pubblica che, nonostante la città fosse nel cuore dell’Europa, si ritenne esonerata dall’interessarsi delle sorti di questa terra e dei suoi abitanti.

Otto giorni rimasero esposti al sole, all’aria, al disprezzo degli assedianti e alla pietà degli assediati: Admira Ismić e Boško Brkić. Musulmana lei, serbo lui. Venticinque anni entrambi ed entrambi innamorati. Per il loro destino furioso, si sono meritati l’appellativo di “Romeo and Juliet in Sarajevo”, dal titolo di un documentario del canadese John Zaritsky: una concessione postuma – e beffarda – a un romanticismo posticcio e inutile. Si erano innamorati in un bar, i due ragazzi. Come due normali giovani cresciuti in una città di qualsiasi altrove. Come ogni giovane innamorato, non si erano chiesti se le loro religioni diverse, o le loro etnie, potessero essere un problema. L’amore non è condizionato da nulla, si alimenta da sé stesso, non ha pregiudizi né preclusioni. Si erano amati, mentre la guerra intorno cresceva e infuriava e l’assedio si faceva ora dopo ora, giorno dopo giorno sempre più feroce e senza speranza. Si erano concessi promesse, avevano iniziato a conoscersi, forse non avevano neanche avuto il tempo di litigare. Ma quale futuro ci poteva essere nella loro bella città sfregiata dai cecchini, dalle esplosioni, dal dolore ruggente dietro ogni angolo di casa? Nella fretta della loro giovane età volevano godersi il loro amore nella libertà complice, nelle possibilità sfrenate che il sentimento pretende, nella voglia di potersi concedere l’uno all’altra senza l’onere di una morte incombente. Vivevano nella parte musulmana della città, coi genitori di Admira; avrebbero voluto stare un po’ dai genitori di Boško, nella parte serba, per poi lasciare quel posto di morte, quella città affondata nel vortice dell’odio e drammaticamente dimenticata dal resto del mondo.

Persino attraversare un torrente però, in quei tempi scuri, era una follia insensata, un azzardo senza futuro. Decisero comunque di provare, Admira e Boško; fuggire da una città paralizzata, in preda alla follia più cieca, e appartenersi erano i loro unici interessi. Era il 18 maggio 1993; l’assedio di Sarajevo durava oramai da più di un anno e, all’orizzonte, non si profilavano soluzioni; all’opposto, diventava sempre più evidente come nonostante la sovraesposizione mediatica, il martirio di quelle regioni dei Balcani non interessasse nessuno. Si saranno detti Admira e Boško, prima di scattare nella corsa, che era un azzardo incredibilmente folle esporsi alla vista dei cecchini e tentare di attraversare il ponte Vrbanja? Proprio quello dove erano state sacrificate le prime due vittime di questa follia senza senso: Suada Diliberović, una studentessa bosgnacca, e Olga Sučić, una pacifista croata, anche loro fatalmente centrate da un anonimo cecchino. Chissà se credevano nel caso o nel destino, Admira e Boško. Perché con loro il caso fu inclemente e il destino ancora più brutale. I cecchini li videro, prevedibilmente, e altrettanto assurdamente li colpirono, sicuri e gelidi. Boško cadde subito, fulminato dal proiettile. Chissà quale fu l’ultima immagine, quale l’ultimo pensiero. Magari per Admira, o magari la morte fu troppo rapida persino per quello. Admira invece fu ferita ed ebbe il tempo e la fermezza di non abbandonare il suo amore. Si avvicinò al corpo di Boško, lo abbracciò e poi restituì il fiato, arrendendosi al prevedibile destino.

Otto giorni rimasero esposti, proprio sulla linea del fronte. Ad irrigidirsi nel normale percorso della morte. L’abbraccio che diventò una morsa, salda, a proteggersi. Nessuno riusciva a recuperarli: troppo furioso il fuoco incrociato, troppo rischioso avvicinarsi. Otto giorno prima di autorizzare un cessate il fuoco tra le parti. Furono recuperati dai soldati serbi e sepolti in fretta, sulle colline, sotto una semplice croce, perché la tregua non si sapeva quanto avrebbe resistito. Admira e Boško dovettero aspettare il 1996 per avere una tomba degna, altri tre anni a sfregiare la loro memoria. Sulla loro tomba, oggi, c’è la loro immagine incorniciata in un enorme cuore di granito, nel Lion Cemetery a Sarajevo, sulle pendici di quelle colline dalle quali, per loro, giunse spietata la fine. Di fronte al cimitero, il bar del loro amore, quello dove si incontrarono e si innamorarono. È tutto così vicino, in quella città: morte e amore, il futuro e la fine a distanza di pochi passi. Ancora oggi, dopo lunghi anni, i segni incancellabili della violenza; perché il corpo muore ma la memoria perdura. E, a ragione, incolpa tutti.

Fonti: In ricordo di Admira Ismić e Boško Brkić, in “Coordinamento nazionale per la Jugoslavia ONLUS”, http://www.cnj.it/documentazione/admirabosko.htm; Romeo e Giulietta riposano a Sarajevo, in “LaRepubblica.it” (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/04/10/romeo-giulietta-riposano-sarajevo.html?refresh_ce), 10 aprile 1996; Maria Serena Natale, Romeo e Giulietta a Sarajevo, una canzone vent’anni dopo, in “Solferino 28 anni” (http://solferino28.corriere.it/2013/06/07/romeo-e-giulietta-a-sarajevo-una-canzone-ventanni-dopo/), 7 giugno 2013; Andrea Gagliarducci, La guerra a Sarajevo ha ucciso anche “Romeo e Giulietta”, in “Acistampa” (http://www.acistampa.com/story/la-guerra-a-sarajevo-ha-ucciso-anche-romeo-e-giulietta-0722), 6 giugno 2015.

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