Pedro e Muño, vi dichiaro marito e marito.

Ti prendo la mano e non te la lascio andare. Te la tengo stretta perché solo tu mi importi. Solo tu sai tutto di me, e te lo conservi sicuro e al riparo dalle molestie altrui. Ti stringo la mano e ti guardo negli occhi; lo sguardo diretto e senza dubbio alcuno. Intreccia le tue dita alle mie, assieme camminiamo, fieri e senza timore. Io mi chiamo Pedro, tu Muño; e non è un problema, lo sarà soltanto molti anni dopo. Ma adesso non ci preoccupiamo, non ci chiediamo nulla. Qui, adesso ci abbracciamo, ci regaliamo i nostri beni, le nostre visioni, gli orizzonti che saranno più comuni; e basta, adesso rimani in silenzio e non dire più nulla, perché qua attorno è tutta una festa; tutto un tripudio per un amore come il nostro…

È il 16 aprile 1061. Chissà se c’era il tramonto, a Rairiz de Veiga, un comune della Galizia spagnola? Poco più di 140 chilometri a sud di uno dei luoghi più religiosi del mondo, il monastero di Santiago de Compostela. Coordinate, più o meno queste: 42°04′59.16″N 7°49′55.92″W. Poche case, un paesaggio forse quasi spopolato. Chissà se era invece l’alba o il tardo pomeriggio? C’è del movimento attorno a una piccola cappella di campagna. In realtà, non si sa granché del modo in cui accadde, ma un documento ritrovato al Monastero di San Salvador de Celanova (e oggi conservato all’Archivo Histórico Nacional di Madrid), svela che due uomini contrassero un matrimonio cristiano cattolico, correttamente officiato da un prete, all’interno di un luogo consacrato al culto. Lo fecero senza nessun trucco né fingendosi altri se non loro stessi.

Si chiamavano Pedro Díaz e Muño Vandilaz.

Come potevano essere ce lo immaginiamo solamente. Magari giovani e bellissimi; oppure anziani e acciaccati d’età e di dolori per la troppa vita vissuta. Chissà. Quest’assenza di dati e di informazioni li rende ancora più affascinanti ai nostri occhi di curiosi spettatori lontani. Sappiamo che vivevano assieme, vicino alla Chiesa di Santa María de Ordes. Chissà i commenti, le maldicenze, le dicerie feroci, come quelle dei nostri pianerottoli e dei nostri cortili. O forse no, neanche: perché se fu loro possibile sposarsi in chiesa, di fronte alle statue di santi e sante di Dio, con un prete a officiare, magari era tutto normale, tutto piuttosto ordinario. Era consuetudine o il loro fu permesso speciale? Anche questo non ci è possibile dirlo. Chissà la gente, la partecipazione; o forse una cerimonia riservatissima, pochi occhi e ancor meno mani per un momento così vitale. Anni dopo, persino eroico.

Probabilmente, rovinando un po’ l’idea più romantica possibile, si trattò di una cerimonia di adelphopoiesis, ovvero di “gemellaggio” (hermanamiento, in spagnolo) con la quale, secondo forme uguali al matrimonio, di univano in un rapporto stretto due persone, anche uomini. Un rapporto principalmente incentrato sulla condivisione, messa per iscritto e pertanto diventata un contratto da rispettare, di tutti gli aspetti della vita di ognuno, dalle attività quotidiane al cibo, dai vestiti alla casa, consegnandosi reciprocamente come “amicos bonos cum fide et veritate”, “buoni amici con fedeltà e verità”, più o meno. Si impegnavano anche a mantenere le stesse amicizie e a conservare le stesse inimicizie: come a dire che anche in questo campo l’unione non può venir meno, a prescindere da tutto il resto.

Ma, in definitiva, il matrimonio che cosa è se non un contratto, legalmente vincolante, più che un’impresa d’amore? Altrimenti dovrebbe finire assieme al sentimento. Durando “finché morte non vi separi” non significa che la morte pone fine all’affetto, ma che pone fine al valore legale di un atto. Sicché, se il matrimonio è “solo” un contratto – un contratto che però stabilisce e garantisce dei diritti altrimenti ferocemente inesistenti – che importanza può avere chi lo stipula? Pedro e Muño lo fecero e chissà, magari sono stati gli uomini più felici che la storia dell’umanità ricordi.

Fu Carlos Callón, professore di lingua e letteratura galiziana, a scoprire i loro nomi e la loro storia, parlandone nel libro Amigos e sodomitas: a configuración da homosexualidade na Idade Media, edito nel 2011 e vincitore dell’importante Premio Vicente Risco de Ciencias Sociais: “Analizzo – sue, le parole – come si costruisce il pregiudizio anti omosessuali, come si crea l’idea di sodomia e come si converte in peccato qualcosa che non lo era stato per i primi mille anni del Cristianesimo”.

In Spagna, arriverà poi il 2005. Il governo Zapatero. Un anno epocale. La crisi era prossima ma nessuno ne sospettava l’abbattersi furioso. La Spagna era una delle nazioni europee più forti e in ascesa. Il sogno sarebbe durato poco, però in quel 2005 l’attenzione del mondo fu catturata per un altro motivo: la legge 13/2005, del 1° luglio, con cui si decretava che «Il matrimonio avrà gli stessi requisiti e gli stessi effetti quando entrambi i coniugi siano dello stesso sesso». Da allora, tantissime coppie si sono sposate, sottoscrivendo quel contratto, impossessandosi di quei diritti umani che dovrebbero spettare a tutti; altrimenti sono privilegi. Nonostante questo, la Spagna esiste ancora e con la Spagna esiste il popolo spagnolo, per nulla annientato da qualche presunta (e invocata) ira divina.

Fonti:
Carlos Callón, Amigos e sodomitas: a configuración da homosexualidade na Idade Media, Sotelo Blanco, Santiago de Compostela 2011
M.J.A., El primer matrimonio homosexual de Galicia se ofició en 1061 en Rairiz de Veiga, da http://www.farodevigo.es, 27 febbraio 2011
Miguel Magdalena, Versos por el primer matrimonio homosexual de Galicia, da www.elmundo.es, 13 aprile 2011

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