Hay-on-Wye, libri come fiori

“Da qua non mi muovo. Tutt’attorno c’è l’azzurro cielo, il verde erba, il grigio delle mura salde di case e stanze, il bianco opaco delle pecore Llanwenog che solo qui si vedono. E poi tanti altri colori, un caleidoscopio: non fiori, ma costole di libri. A migliaia. A colorarmi l’orizzonte e persino lo spazio un po’ lontano, oltre quei ponti di pietra che con estrema calma guadano il Wye, diretto chissà dove”.

Alle coordinate 52°04’48”N 3°07’48”W c’è vicinissimo un confine. Quello tra Galles e Inghilterra. Nella Contea di Powys, a un tiro di schioppo dalle brughiere inglesi, ci si imbatte in Hay-on-Wye, che in gaelico diventa Y Gelli: un paesino di altalenanti 1500 abitanti, definita “Woodstock of the mind” da nientemeno che Bill Clinton. La caratteristica del posto, ovviamente, sono proprio i libri: le librerie, piuttosto. Ce ne sono ben 40. Per un paese come il nostro in eterna carenza di lettori e librerie è un numero che dà il capogiro.

I libri insegnano sempre, anche quando non si aprono. Alle più tradizionali librerie, con scaffali e magari poltrone dove sedersi, sorseggiando un tè e sfogliando l’ultimo libro uscito, si affiancano le librerie più “di frontiera”, quelle con mensole improvvisate e provvisorie, con i libri accatastati distrattamente in un angolo, con un’intera collettività a farsene garanti. Ma ecco che una delle più importanti, tra tutte queste librerie, o almeno quella che ne diventa l’emblema e il prototipo, è la Honesty Bookshop, nei giardini del castello: scaffali di libri aperti all’aria e al tocco, disponibili a esser presi sfogliati letti e comprati. Al fondo, una cassettina, tipo postale, con sopra scritto, a mano: “Money. Please, pay here”. Due frecce disegnate col gesso bianco; e basta. Senza che nessuno controlli o vigili. Perché non si può rubare un libro. Nessuna competizione, in paese; nessuno scontro. Promuovere il libro è un dovere, un obbligo morale, un bisogno inevitabile di coscienza. Molti remainders, volumi antichissimi, edizioni introvabili. Il paradiso di chi ama la lettura vintage e passerebbe la vita a frugare scartabellare curiosare rovistare tra vecchie pagine e copertine ingiallite. Come me, insomma, che di queste cose ne ho fatto un destino.

Non poteva, in questo contesto, non nascere un festival; ogni maggio, centinaia di migliaia di persone (sui 500.000) accorrono nelle viuzze di Hay-on-Wye, solamente per i libri. Prima edizione, 1988. Adesso addirittura patrocinata da The Guardian. L’Hay Festival, che ha un sito ricchissimo, un’organizzazione tentacolare, una partecipazione commovente. Tutti dettagli che fanno impallidire i nostri inutilmente chicchissimi festival. “For 10 days in May, Hay is full of stories, ideas, laughter and music”. E libri, ovviamente, il terreno fertile per tutto il resto: non serve molto altro.

Ma Hay-on-Wye ha anche un re. Un re culturale, diciamo, che non ha nulla a che vedere con potere e pretese di ereditarietà. Si è auto-incoronato tale, qualche anno fa, nel 1977, il fondatore morale di questo sogno che sul mappamondo ha nome Hay-on-Wye: Richard Booth. Proclamò Hay-on-Wye principato autonomo, addobbandosi persino di tutto punto: corona (di cartone), scettro (di ferro, magari), mantella (di finto ermellino). Trovata pubblicitaria, magari, ma che sortì nel suo effetto di convogliare l’attenzione di parecchio mondo in questo piccolo borgo poco lontano dal parco di Brecon Beacons. Troppo facile a definirsi eccentrico (ma sicuramente lo fu), nel 1961, a 23 anni, Booth aprì il primo negozio di libri, in una caserma dei pompieri dismessa, e decise di convincere altri suoi concittadini e amici a fare altrettanto. Verrebbe da dire che Booth ha vanificato ogni regola di buonsenso sul libero mercato e la competitività, però probabilmente dei soldi a Booth non fregava nulla, e non c’è stato modo migliore per dimostrarlo.

Dall’altra parte del mondo c’è Timbuctu, sede della più antica (ed enorme) biblioteca islamica del mondo. Le due città sono gemellate, senza pregiudizi né paranoie. Potere della cultura. Dentro Hay-on-Wye ci sono librerie per tutti i gusti e i sapori: Stella & Rose’s Books, luogo di caccia per volumi rari e illustrati per bambini; oppure Hay Cinema Bookshop con gli scaffali all’aria e al cielo; o ancora Francis Edwards, aperta ben dal 1885! Chi ama i gialli e i noir deve puntare inevitabilmente su Murder and Mayhem mentre chi ama la natura e la botanica non può evitare C. Arden Bookseller. Infine, la poesia, di ovunque, in ogni lingua, da ogni parte di mondo, che satura The Poetry Bookshop.

Hay-on-Wye rappresenta forse l’idea piuttosto rivoluzionaria che un libro appartenga a tutti; e che tutti possano usare un libro. Perché la conoscenza è alla portata di tutti e che tutti ne possono usufruire anche in un parco, immersi nell’erba di un giardino, camminando lungo una strada fiancheggiata da negozi, oppure sfogliandolo dentro una libreria, che non è un supermercato di titoli inutili ma un luogo privilegiato di conoscenze e di storie, di parole e di geografie, di contatti e di scambi di idee e opinioni. Ecco tutto qua il potere salvifico della cultura. Come in un pellegrinaggio, a Hay-on-Wye.

Fonti: Annamaria Giannetto Pini, Hay-on-Wye, Galles: la città dei libri usati, in ViaggiNelMondo.net, 10 febbraio 2015; Sara Merlino, Vieni a prendere un tè da Honesty Bookshop: la libreria a cielo aperto, in eHabitat.it, 8 maggio 2015; La Redazione, 1800 abitanti e ben 40 librerie. La storia di un luogo unico al mondo, in IlLibraio.it, 10 maggio 2015; Ida Bini, Galles: a Hay-on-Wye, il paradiso dei libri usati, in Ansa.it, 14 maggio 2015.

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