«Briciole da terra», il canzoniere degli amori di-versi.

Quello di Lillo Di Mauro (Briciole da terra di-versi amori, Edizioni Tracce 2015) è un canzoniere che, inevitabilmente, si misura con alcuni più famosi autori, da Saffo – traslata in Catullo (“A me pare un dio | nel suo sorriso sgomento”) – a Kavafis e Penna (“Stretto nei nervi del corpo, | lucido osserva scoscesi vicoli, | strade, ove acerbi giovinetti | dalle barocche bocche come fontane | zampillano puro desiderio”). Sia perché la materia poetica, a partire dall’eros (nel senso ampio) omosessuale, è comune e affine, sia perché le immagini, i richiami musicali e le forme poetiche sono piuttosto analoghi. Ma anche il recupero memoriale, fatto di frammenti, di squarci di ricordi, è un fil rouge che collega l’espressione poetica di Di Mauro con quella dei suoi modelli poetici di riferimento. Sono squarci di ricordo, lacerazioni di incontri, tangenze di vite che per breve tempo si sfiorano e poi divergono, prendendo ognuna delle strade diverse, pur conservandosi nella dolcezza del tocco: “La mia anima è fatta di segrete vicende | di cui solo la notte è testimone”.

Pur nella consapevolezza della propria naturalità (“Danzo libero e diverso, | felice d’esserlo”), il poeta va in cerca anche di una forma che non sia statica ma che sappia adattarsi ai cambi di direzioni che la vita infligge (“Verrebbe di farlo di notte | con tacito gesto | aprire la forma | che fa essere come si è”). Una nuova forma che non significa volubilità o incostanza, ma forma pratica di adattamento e trasformazione del sé (“Il divieto mi trascina verso la cattiva sorte, | m’impiglia in lacci di morte: | solo quei visi colmi di luce | che s’urtano correndo | in un parossismo crescente | sanno farmi dimenticare”). Una nuova dimensione, che procede spesso tra ombra e luce, tra contorni delineati e più sfocati (“Belli, con occhi gravidi di sesso | alle pareti del sogno appoggiati, | dissennate vite, destini già compiuti, | custodiscono giovinezze esuberanti, | che si liquefanno in rivoli | di trasparenze e ombre”), e che spesso scontorna nel successo di affermarsi eroi in un’umanità di reietti e perdenti: “Lo raccolsi tra le braccia | e così stemmo alla luna | senza suonar voce | ad aspettare l’ora in cui s’annega il buio | per poi tornare certi d’esser stati eroi”.

A contorno e culla di ogni umana sensazione sta salda la Natura; una Natura nobilitata che da spettatrice finisce per partecipare attivamente, collaborando alla creazione di un momento perfetto, non importa se felice o malinconico, ma pur sempre riverberante una perfezione d’intenti e presentimenti (“Levati in volo senza battito d’ali, | perch’io possa evocarti ogni giorno | come ossessivo ripetersi | del canto di un cuculo estivo”).

Un luogo privilegiato, in questo canzoniere, è Roma: una città, legata alle esperienze personali dell’autore, che ha avuto un valore fondamentale per tante altre vicende poetiche e omosessuali del passato Novecento e che adesso si trova a fare i conti con un presente svilito, ammutinato, un’attualità che la deturpa della sua grandezza e la relega a un ruolo comprimario in uno scenario globale. La grandezza di Roma, ora “blasfema e ignorante”, è crollata, franata con disonore, e persino gli amori ne risentono, non godendo più di quella bellezza diffusa che vi faceva da scenario e corollario. Di Roma rimane, dunque, una classicità che si plasma in linguaggio, con la scelta voluta di un lessico persino troppo aulico in qualche caso (finanche manierato) ma ricercato e non lasciato al caso, in una metrica rispettosa in linea di massima delle regole canoniche e di poche eccezioni o violenze, in una scelta di fonemi e significanti che si rincorrono e giocano tra loro (“Una notte, non una come tante, | sei stato la mia estate”).

Tra i limiti di questa classicità, trema sottopelle e sottoverso un eros dirompente, una sensualità che richiama sì modalità antiche e topiche ma che sa concedersi la delicatezza del gesto, l’assenza di volgarità, la giusta calibratura dell’accenno, del suggerimento pudico (“Fatti voce e chiamami | accogli la mia anima mite | perditi con me e perdonami | tu che dici d’essere l’ombra della sera | la morsa del mio desiderio | della mia bocca che s’inumida | e si schiude alle tue labbra”); così lontana, pertanto, da quella trivialità sboccata e quell’amore incostante sbandierati sui social dalle nuove generazioni di amanti e amatori digitali (“Cammino su un tappeto di foglie | amaranto e ruggine di sangue antico | ove si specchiano le moltitudini | clonate negli smartphone, | perse nei Social Network | dove scrivono “buongiorno, ti amo” | per odiarsi, poi, | quando si incontrano tristi | e frustrati nelle interminabili | code sulle autostrade”). Una sensualità che si declina, finanche, in una profonda e morbosa fisicità, una dimensione carnale che dà potenza e stuzzica il pensiero: “Come posso io fare | se patisco il tuo sguardo crudele, | l’armonia composta del tuo corpo, | quei muscoli che usi come dardi | e lacerano, ogni opposta resistenza”.

“L’inganno dei sensi, le infantili passioni” che compongono questo canzoniere di Lillo Di Mauro danno un significato tutto da scoprire all’esperienza amorosa, che straborda dai suoi stretti contorni e si squaderna per tutta l’esistenza del poeta, finendo per inglobare ogni singolo aspetto in una dimensione universale e inarrestabile del vivere, libero da condizionamenti e facili definizioni: “Distanze, solitudini | silenzio, dolore | voglio dormire, | non cercare risposte, | ma libero andare | senza essermi dato parole”.

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